SANT’AGOSTINO COME UN FRATELLO

Si può parlare di Sant’Agostino come se si parlasse fra amici al bar, con la familiarità riservata a un fratello, con toni di confidenza, come tra vecchi compagni di scuola?
Il peso del lavoro filosofico di Agostino e la sua importanza per l’evoluzione del pensiero occidentale, direbbero che la risposta alla domanda è un secco no. Che occorrebbe rispolverare il più classico degli «scherza coi fanti e lascia stare i santi». Che, tanto meno, può permettersi un’operazione del genere un servizio pubblico degno di tal nome. E invece, la risposta alla domanda, la vera risposta intendo, è che, assolutamente sì, si può fare. Anzi, verrebbe da dire che si deve fare. Che trattare con confidenza Agostino - prima Agostino che sant’Agostino - è il miglior modo per comprenderne la grandezza. E questa strada viene intrapresa al ciclo di Alle otto della sera dedicato allo scapestrato-filosofo-santo di Tagaste iniziato lunedì scorso e in onda anche questa settimana, da domani a venerdì, dalle 20 alle 20,30, su Radiodue nell’ambito di Alle otto della sera, la trasmissione inventata da Sergio Valzania, curata da Giancarlo Simoncelli e con la regia di Angela Zamparelli.
Il Sant’Agostino di Maurizio Schoepflin è, in assoluto, il miglior ciclo del programma degli ultimi anni. Migliore anche dei precedenti cicli firmati da Schoepflin, autore toscanissimo - anche nella pronuncia - a dispetto del suo cognome che sa di codice fiscale tedesco. Ed è un grande ciclo, un grande racconto, perché emerge ad ogni passo dialettico che l’autore crede (crede in ogni senso, verrebbe da dire) profondamente in quello che dice. Non so se Schoepflin sia ciellino, ma dalle sue parole traspaiono certamente le letture agostiniane di don Giussani.
Così come traspare la bellezza della semplicità delle Confessioni, a mio parere, anche per i non credenti, uno dei capolavori della letteratura universale di tutti i tempi. Il racconto di Schoepflin del rapporto fra Agostino e la mamma è un canto della bellezza della maternità e del rapporto mamme-figli. E la stessa figura della mamma, poi diventata Santa Monica, si prende uno spazio nel ciclo che è quasi una storia parallela, quasi un ciclo nel ciclo.
L’autore non risparmia niente. Né le «marachelle» del giovane Agostino che rubava le pere, non perché avesse fame, ma per il gusto di trasgredire, né la sua carnalità e la sua voglia di peccare che accompagnarono la sua gioventù. L’Agostino di Schoepflin - così come l’Agostino reale - è un uomo in carne ed ossa, non una figurina del presepe. E questo ce lo fa sentire tanto più vicino a noi.
Nel ciclo di Radiodue, anche grazie alla familiarità nella narrazione, emerge sia l’uomo che il santo. Miracolo.