Sant’Eugenio, l’attesa media al pronto soccorso è di 8 ore

De Lillo (Fi): la sinistra vuole cancellare le strutture private

Antonella Aldrighetti

La sanità del Lazio è al collasso. Al di là dell’enorme deficit, anche le strutture territoriali danno poche garanzie. E con i tagli in vista, che peggioreranno la situazione, le proteste si fanno sentire. «A voler fare i conti, solo al Sant’Eugenio mancano 200 operatori sanitari all’appello e quelli in servizio fanno turni massacranti». Così le rappresentanze sindacali, che ieri sono scese in piazza davanti al polo ospedaliero dell’Eur, hanno riassunto la situazione di collasso operativo che via via si sta profilando nei reparti. Da qualche mese a questa parte chi presta servizio al Pronto soccorso sta tentando in tutti i modi di tamponare l’emergenza quotidiana. «Per essere visitati l’attesa può arrivare fino a 14 ore con tempi medi di 8 e può succedere che un paziente o un suo parente, in caso di impedimento, possa far intervenire la magistratura per fare luce sui ritardi degli operatori sanitari - hanno asserito alcuni infermieri iscritti alle Rappresentanze di base e alla Fials-Confsal-. È importante che la cittadinanza lo sappia: noi, operatori sanitari del Pronto soccorso, per fornire un’assistenza dignitosa ai 250 malati che mediamente ogni giorno si rivolgono al dipartimento d’urgenza, veniamo distribuiti su turni di 5 ognuno per 13 sale di visita, tra medicheria e terapia di osservazione». Ci vorrebbe la «moltiplicazione dei pani e dei pesci» per formulare diagnosi efficaci e terapie certe in tempi rapidi con una tale carenza di personale operante. E questo è solo uno spaccato della realtà che si sta profilando all’ombra delle politiche del risparmio messe in cantiere dalla giunta regionale di Piero Marrazzo. Di infermieri, a conti fatti, ne servono circa il triplo di quelli attualmente in servizio al Dea, dovrebbero essere presenti per ogni turno almeno 21 unità in modo tale da garantire la continuità assistenziale alle sale di chirurgia e di ortopedia, alle sale mediche e di pediatria, al reparto di breve osservazione che conta 25 posti letto.
Ma se gli ospedali pubblici sono in difficoltà, le cliniche private convenzionate sono addirittura sull’orlo del baratro. «Niente pagamenti per il 2005, niente prospettive migliori per il 2006: praticamente abbandonate dalla Regione, le strutture della Sanità convenzionata regionale non ce la fanno più», dice Stefano De Lillo, vicecapogruppo di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Sanità della Regione Lazio. «La riduzione dei posti letto, il mancato riconoscimento alla qualità dei servizi, il piano di riconversione delle case di cura con meno di cento posti prospettati dall’esecutivo regionale - aggiunge De Lillo - non sono una prospettiva positiva per un settore che gestisce 12.000 posti letto, ma se a questo si aggiungono i semplici acconti, e soltanto annunciati, sui pagamenti che la Regione deve alle strutture convenzionate, il quadro è davvero buio. Se il presidente Marrazzo ha deciso di obbedire al diktat della sinistra estrema di smantellare la sanità privata, lo dica chiaramente: avremmo almeno una motivazione politica a giustificare quello che appare come il caos. Temiamo invece che dietro il rischio chiusura che la Giunta Marrazzo sta profilando per le aziende convenzionate regionali non ci sia nemmeno una strategia alternativa, così come non c’è un piano piano di rientro dei debiti, bensì la semplice inadeguatezza del centrosinistra a gestire tutta la sanità regionale nel suo complesso: non è possibile infatti neanche immaginare una soluzione alternativa di ricovero dei pazienti e di offerta dei servizi, visto il sovraffollamento della sanità pubblica regionale ed il taglio di posti letto annunciato dalla Giunta anche in questo settore». Per l’esponente di Forza Italia tagliare la sanità convenzionata significa «innescare un processo distruttivo a catena, che pezzo per pezzo farà saltare il più importante dei servizi al cittadino gestiti dall'istituzione regionale».