A Sant’Ilario le gallette di San Nicola

Fotografia, anche per chi non vede bene o non vede affatto. Potrebbe sembrare un paradosso e invece non lo è. Come non lo sono i molti passi che compongono con emozione e nessun pietismo o cinismo «antropologico» il lungo racconto di Giovanni Marrozzini (Fermo, 1971) sull'Africa. «Mama», mostra curata da Fabrizio Boggiano al Castello D'Albertis Museo delle Culture del Mondo (aperta fino al 31 gennaio) è un luogo di passaggio. Spazio dove la fotografia - ottanta scatti tra Somalia, Etiopia, Zambia e Angola - si fa ventre di più di un incontro. L'Africa di oggi in un bianco e nero che sa lasciare molto respiro al grigio, al liminale, a quella medietà che è vita e non stereotipo. Ed ecco le donne di Wolayta nella loro Etiopia: mani nella terra o che si uniscono per pregare. Mani armate di occhi che crescono figli, tanti figli, in una tradizione che le vuole donne e madri in quel dolore noto alle cronache con l'acronimo Mgf - mutilazioni genitali femminili. E poi Soddo e la sua scuola per non vedenti dove la luce sconfigge le finestre guardando i malati e i simboli della cultura cristiana creando una strana alchimia, come quella che regola la vita della vicina fabbrica di mattoni dove gli operai sono ciechi. Sono sì scatti da reportage quelli di Marrozzini, ma sanno contraddire la presunta oggettività del mezzo fotografico e di chi lo impugna nel non arretrare. Nel scegliere la partecipazione al documento, la vicinanza all'allontanamento. E proprio il desiderio di fare del suo lavoro un mezzo di incontro ha determinato il plasmarsi della mostra in una dimensione plurisensoriale, realizzata con la collaborazione dell'istituto e della cooperativa David Chiossone. L'immagine abdica consapevolmente al suo senso principe, la vista, per farsi esperienza: parola e tatto. Le voci di Marrozzini, di un non vedente e di tante donne africane che hanno a Genova la propria casa guidano nell'alternarsi tra luce e buio dell'allestimento. Non mancano supporti tattili e alcune immagini si sono fatte oggetto da toccare per essere materia esperienziale per chi non può vederle ma anche per quanti possono. La fruizione differenziale coniugando vista, tatto e udito, avvicina togliendo l'immagine dalla sua cornice con quanti ha incontrato. Perché tra passi e carezze le distanze si accorciano e le categorie svaniscono. Al riparo dalle banalità ci sono uomini e donne e in quel mezzo ci siamo proprio noi.