Sant’Oro e San Fini martiri, anti-Cav beatificati dai salotti

RomaSantoro come Fini. «Che fai, mi cacci?», sembra dire il martire milionario Michele Santoro, ditino alzato contro il suo datore di lavoro Mauro Masi. Il quale, che assurdità, ha osato protestare perché un suo dipendente l’ha mandato «a vaffan... bicchiere» in diretta tv. Il direttore generale della Rai, con l’avallo del Cda, s’è permesso di sospenderlo per dieci giorni perché a tutto c’è un limite. Lesa maestà: ma come si permette il monarca di viale Mazzini? A questo proposito Santoro ha annunciato fuoco e fiamme. Farà ricorso in tutte le sedi. Ma con una furbata: anziché adire al giudice del lavoro, dinnanzi al quale molto probabilmente perderebbe, Michele si rivolgerà al collegio arbitrale. Un organismo tutto interno alla Rai il ricorso al quale ha un effetto immediato: congelare la sanzione in attesa della pronuncia sul caso, prevista alle calende greche. Scaltro Sant’oro.
Esattamente come Fini, che fino all’ultimo ha cercato di rimanere aggrappato a un partito in cui non si riconosceva più, Santoro non lascia la tv di Stato. Resta. Rimane in sella al cavallo di viale Mazzini con le tasche gonfie di quattrini e sferra calci a destra e a destra. Esattamente come Fini anche Michele fa il controcanto (legittimo quanto legittima è la sanzione per aver mandato a ramengo il suo capo), fa il tifo per Spatuzza, chiama il Cavaliere monarca, sultano. Esattamente come Fini, poi, Santoro fa il San Sebastiano con l’applauso della sinistra. Il primo lo fa dal pulpito della presidenza della Camera, il secondo dal palcoscenico di Raidue. Uno dice: «In meno di due ore sono stato sbattuto fuori dal partito che ho contribuito a fondare». L’altro sostiene: «Ci mettono i bastoni tra le ruote tutte le settimane, alla vigilia di ogni puntata si scatena regolarmente l’inferno». Uno dice: «Resto fedele al programma di governo perché ho siglato un patto con gli elettori». L’altro sostiene: «Vado avanti, rispetto gli impegni presi con il pubblico».
Uno con Berlusconi, l’altro con Masi e Berlusconi: entrambi hanno aperto un duello infinito ed estenuante coi propri avversari. A quando lo show down? Michele ha la sua Mirabello una volta alla settimana: riflettori, claque sinistroide, tifoseria antiberlusconiana doc. A braccio parla bene Fini; a braccio parla bene Santoro. Entrambi, poi, detestano quando li si critica ma in fondo un po’ ci godono. Perché poi vanno all’incasso giocando di sponda con i «giusti»: gli intellettuali, il popolo viola, il popolo ex nero, i rossi. Insomma, la vasta schiera che li dipinge come neo partigiani in lotta contro il regime berlusconiano. Un regime che è maggioranza nel Paese, certo, ma è quella stolta, becera, che non conta e non deve contare.
L’anchorman e il politico: ossia i due autoproclamatisi salvatori della Patria, paradossalmente miracolati dai loro avversari. Il primo è stato sdoganato da Berlusconi; è stato convinto dagli italiani a fondare il Pdl e lui, obtorto collo, ha eseguito; è stato innalzato a nuova icona della sinistra perché forse adesso è in grado di disarcionare il Cavaliere. Più Berlusconi lo accusa di tradimento, più Fini acchiappa simpatie tra salotti e poteri forti. Tra gli elettori ancora non si sa. Il secondo è stato coperto d’oro dalla tv di Stato; gli è stato rimesso in mano il microfono per fare e dire quello che gli pare; è stato criticato e sanzionato. E più l’azienda lo bacchetta, più Santoro urla al mobbing, al bavaglio, all’attentato alla personificazione della libertà d’informazione. Sì, insomma, entrambi accendano un cero al Cavaliere.
Anche Santoro, poi, ha il suo Italo Bocchino: il baffuto Sandro Ruotolo che nel nuovo giornale di riferimento, il finiano Secolo d’Italia, off course, denuncia che «la questione non riguarda solo Annozero ma il modo in cui un intero Paese vive la democrazia». E pure il senatore dell’Idv Pancho Pardi parla chiaro: «Su Annozero si sta combattendo una battaglia di civiltà e di democrazia. La sconcertante sospensione imposta a Santoro rientra in quella “strategia operativa” per buttare fuori dalla tv pubblica una voce scomoda a cui Masi lavora da tempo e che ben rappresenta l’idea della Rai come servizio privato che Berlusconi pretende». Siamo al regime: eccola la parola d’ordine, subito in grado di chiamare sotto le finestre di viale Mazzini il solito colorato poutpourri di sigle: Idv, Fnsi, Usigrai, Articolo 21, Agenda blu, Popolo viola. «Via Masi e la sua Stasi», erano i cartelli sventolati due giorni fa sotto la sede della Rai per far di Michele il solito Sant’Oro martire. Manco fosse un dissidente iraniano, una vittima della purga, un agnello sacrificale dell’inquisizione, un perseguitato dell’ayatollah Masi. Insomma, siamo alla dittatura. Una dittatura dolce, però: perché Santoro è una vita che fa quello che vuole davanti alle telecamere. Accese e pagate da tutti, s’intende.