Santa Rita, ecco tutti i segreti della clinica degli orrori

Protesi infette agli anziani, esami dannosi per avere rimborsi spese, ragazze di 18 anni sfigurate per far soldi. <a href="/a.pic1?ID=269260" target="_blank"><strong>Anziana e disabile usata come &quot;cavia&quot;</strong></a>

«La clinica degli orrori». Un’espressione a effetto, cara alle pagine dei giornali, alle volte utilizzata a sproposito per casi di «normale» malasanità; ma per descrivere quello che succedeva nella clinica privata «Santa Rita» di Milano risulta invece l’unica sintesi possibile. Anzi, forse ancora troppo tenue: 20 morti sospette, 5 decessi per interventi inutili. E ancora polmoni sani dimezzati dai bisturi, tac a ripetizione su ragazzi trentenni, seni asportati inutilmente a ragazze diciottenni, protesi infette impiantate su anziani perché tanto «hanno aspettativa di vita breve». Il tutto per accumulare «Drg», i moduli di dismissione con cui gli ospedali privati ottengono i rimborsi dallo Stato. Lo scenario emerso dalle intercettazioni è agghiacciante: nel disprezzo del bene dei malati i sanitari rincorrevano solo il profitto, somministrando cure che spesso si rivelavano inutili; frequentemente dannose; qualche volta mortali. Nelle sale operatorie della clinica, fabbrica del bisturi di proprietà di un notaio, dove un tendine sinistro poteva andare benissimo anche per un ginocchio destro, la realtà dei fatti superava di gran lunga l’immaginazione.
IL MALATO PRIMA DI TUTTO
Mezzanotte del 26 novembre scorso. Al telefono, Pansera («U»), uno dei medici di chirurgia toracica arrestati e una collega («I»). In reparto c’è un problema: un paziente.
U: «Stamattina mi dice "dottore, S. c’ha sette di emoglobina..." volevo dirgli non me ne frega... Non è che voglio andare in galera per S., a sto punto qua io gli ho detto "guardi, io appena posso torno, iniziate a chiedere il sangue", e così ho fatto, poi alle undici sono andato e questo qua più moribondo di sempre, ovviamente ho riparlato con la moglie per sollecitare il trasferimento».
I: «Lo trasferiscono?».
U: «Sì, no, adesso dovremo trasferirlo».
I: «Sì, è comodo così, va».
U: «Solo che appunto se l’internista non se lo vuole prendere, cardiologia anche, non so cosa farci io e... comunque...».
I: «Lasciamolo morire».
U: «Ma certo, però non da noi, voglio dire, andrebbe trasferito».
I: «No certo, sempre meglio che morisse da un’altra parte».
OPERARE, OPERARE, OPERARE
Nessuno alla «Santa Rita» era abbastanza sano da non meritarsi una bella operazione. Cintyhia Masangay, a esempio, aveva appena diciassette anni quando finì nelle grinfie dello staff della clinica. Aveva 38 e mezzo di febbre per il semplice motivo che aveva la tubercolosi. Purtroppo per lei venne presa in carico da Pierpaolo Brega, il primario del reparto di chirurgia toracica, e sottoposta immediatamente alla «Vats», la toracoscopia, un esame invasivo e doloroso per la ricerca di tumori: «Un intervento inspiegabile per una patologia di carattere infiammatorio non richiedente alcun tipo di intervento», scrivono i pm nella richiesta di arresto. La Vats, d’altronde, era la passione del primario: «Brega - scrive uno dei consulenti della Procura - sembra avere una sola condotta: operare in Vats qualunque paziente gli capiti a tiro».
DEL PAZIENTE NON SI BUTTA VIA NIENTE
Finché c’è vita c’è da operare: aveva appena 39 anni, Pablo Efra Colcha Vizuete, ma era già vittima di un tumore devastante che non gli lasciava alcuna speranza di salvezza. Sarebbe stato suo diritto venire accompagnato verso la fine con la maggiore dolcezza possibile, invece alla Santa Rita venne sottoposto ad un calvario interminabile di operazioni inutili: Vats, biopsie, laparatomie. Per questo Pierpaolo Brega e il suo staff sono accusati di lesioni personali nei suoi confronti «con l’aggravante di avere agito con crudeltà sulla persona, consistita nel propendere per un intervento abnorme e invasivo in totale disprezzo delle condizioni del paziente di estrema fragilità per la grave forma di tumore».
IPPOCRATE? UN BARBONE
Quel che conta alla «Santa Rita» sono i soldi, incamerati a forza di bisturi. E per farne tanti l’importante è «riempire le sale operatorie». Il 26 novembre 2007, il dottor Brega Massone ("U") discute con tale Aldo. Il medico spiega che gli affari veri si fanno con i tumori.
U: «Io sono arrivato a fare cinquecento casi. In un anno. Quindi funzionavo alla grandissima».
I: «Capisco. Poi bisogna vedere se vale la pena».
U: «No, sai qual è il problema? Il problema secondo me è che dovresti cercare su qualcuno che ha principalmente una patologia oncologica, non so, qualcosa tipo sulla mammella eccetera, o avere qualcuno di senologia che vi mandi i tumori».
I: «Eh».
U: «Perché quelli... se vuoi ne possiamo parlare con calma... io ti dico ero arrivato a fargli a questa clinica un fatturato l’anno scorso di tre milioni di euro con la chirurgia toracica, ma in mezzo c'erano un sacco di mammelle».
IL RISPETTO PER L’ETÀ
Un medico deve per forza venire a patti con il fatto che i pazienti possano morire. Soprattutto se anziani. Ma tra l’accettazione del rischio professionale e il cinismo che imperava tra i corridoi della «Santa Rita» la distanza è infinita. Il medico Scarponi («U»), ne discute con un collega ("I") l'11 marzo di quest'anno, parlando di un decesso appena avvenuto.
I: «Il figlio è incazzato come una bestia, ah! Perché praticamente ha visto l'evoluzione della cosa e per quale motivo il padre se n'è andato in arresto (cardiaco, ndr)».
U: «E va bene, e quanti anni ha?».
I: «È anziano sugli ottant'anni, ottanta e passa, ha fatto la campagna di Russia quest'uomo».
U: «Ho capito, ma secondo te tutti devono vivere centovent'anni?».
I: «No, assolutamente no».
UNA TAC NON SI NEGA A NESSUNO
Il dottor Marco Pansera (uno dei medici arrestati, «U») discute con un secondo medico («I») di esami e radiografie fatte da Brega. Una lastra alla «Santa Rita» non si rifiutava mai. Specialmente se, ogni volta, sono ottanta euro di rimborso.
I: «E poi insomma, tutte queste tac fatte, rifatte, minchia, ma a questo ragazzo gli sta facendo fare la tac ogni tre mesi, dio santo, Marco!».
U: «Lo so benissimo».
I: «C'ha trentaquattro anni, fai fare la Tac ogni tre mesi? Ma cosa lo irradi per che cosa?».
U: «Ma è assurdo, scusa, io faccio fare la Tac perché sono scrupoloso una volta all'anno, uno e mezzo, al mio papà perché ha fatto due tumori al polmone e alla prostata».
I: «Quello è giusto».
U: «Sì, sì, lui una tac non la nega a nessuno».
IL BISTURI È MEGLIO. SEMPRE
Perché limitarsi a una semplice (e meno remunerativa) biopsia, quando si può operare? Una legge non scritta ma ferrea, all’interno della «Santa Rita». Lo ha scoperto sulla propria pelle una giovane milanese di diciotto anni. Non aveva niente di grave: le sarebbe bastata una semplice biopsia in regime di day-ospital. Invece l’hanno ricoverata e le hanno asportato parte di un seno. Secondo una valutazione del consulente nominato dalla Procura «questa ampia resezione mammaria non ha alcun senso in caso di patologia benigna, dove è indicata una resezione assai più limitata e con impatto estetico ridotto».
IN FONDO GLI RESTA POCO...
Tutti muoiono. Ma a chi è anziano, tocca prima. E, per questo, ci si può fare meno scrupoli. Così il dottor Scarponi («U») parla con una certa Stefania («I»). È il 5 luglio 2007.
I: «Però c’è una diatriba perché la sterilizzazione non lo può risterilizzare perché eh.... se loro dovessero ritirare tutti i chiodi che si aprono per sbaglio andrebbero in malora».
U: «Eh, lo rimpiantiamo».
I: «Ma se non ve lo sterilizza, cos’è che rimpiantate?».
U: «Beh certo, mica lo butterà via... sei matto...».
I: «Ascolti una cosa, l’ho chiamato per sensibilizzarlo e per dire “state attenti quando aprite una cosa” perché costa 455 euro più Iva».
U: «Senti, io se vuoi sotto la mia responsabilità lo reimpianto subito in qualsiasi malato, subito lo reimpianto. Se il malato di 90 anni, 95 anni ha una brevissima aspettativa di vita».