Santa Rita, sette anni fa era già uno scandalo

La denuncia dei figli. La perizia fa rabbrividire: «Nessun elemento per giustificare azioni così cruente»

da Milano

Il signor Silvio Orsini mosse i suoi ultimi passi quando entrò alla Santa Rita alla bell’età di 79 anni. Varcò la soglia della clinica sulle sue gambe per sostituire la protesi all’anca sinistra impiantata in Francia sette anni prima. Era l’11 luglio 2001. Ne uscì a dicembre, in autolettiga, dopo aver subito sette operazioni a causa di ripetute lussazioni. «Apri e cuci, era un continuo. Meglio se gli mettevano una cerniera lampo sulla coscia», sorride tra le lacrime il figlio Furio. L’anno successivo fu ricoverato al San Raffaele per uno choc settico, un’infezione provocata dai precedenti interventi: gli tolsero una sacca di pus. Nel novembre 2002 fece un infarto. Morì un anno e mezzo dopo, il 23 aprile 2004.
Sette lussazioni, sette operazioni chirurgiche su un ottantenne già finito sotto i ferri e cardiopatico. Ognuna significa équipe medica, attrezzature, spesso una nuova protesi, e quindi rimborsi su rimborsi dalla Regione. Tutti indispensabili? Niente affatto. A stabilirlo c’è una sentenza del tribunale di Milano, quinta sezione civile, del 20 febbraio 2008. La causa risarcitoria era stata intentata dai tre figli di Orsini.
Il giudice Roberto Pertile attribuisce l’aggravamento delle condizioni di salute a «carenza di adeguata valutazione sulla indicazione al trattamento chirurgico» e alla «mancanza di adeguata motivazione per i successivi ostinati tentativi di riduzione cruenta delle lussazioni». Tradotto dal gergo medico-legale, significa che le operazioni chirurgiche non erano necessarie: una tragica anticipazione delle recenti indagini. La casa di cura milanese e i medici ortopedici Mariano Rodolfo Masera («primo operatore in tutti gli interventi praticati» alla Santa Rita) e Arabella Galasso dovranno risarcire i figli di Orsini. Il professor Rodolfo Masera, che ha annunciato opposizione, non è indagato nell’inchiesta della procura a differenza della dottoressa Galasso: è lei, intercettata, a parlare di errori nel trapianto di un tendine.
La consulenza tecnica d’ufficio ordinata dal giudice, che è a fondamento della sentenza, mette i brividi. I periti, un ortopedico e un medico legale, si dicono a più riprese stupiti delle decisioni prese alla Santa Rita. «Nessuno degli approfondimenti eseguiti forniva elementi non dico di certezza, ma neppure di forte dubbio» sul fatto che la causa dei dolori fosse la protesi. Invece «non è provato che siano state intentate metodiche di supporto alternative a precedere o sostituire l’intervento programmato». Alternative alla sostituzione? Zero.
Quando si verifica la prima lussazione (la protesi è impiantata da due giorni) «non può non sorprendere la decisione di procedere con una riduzione cruenta». I consulenti ammettono meravigliati di «non trovare una spiegazione tecnica sulla base degli elementi noti». Al secondo episodio, «resta senza spiegazione come non si possa riuscire a ridurre incruentemente una lussazione di anca in un individuo di 79 anni, nel caso di una protesi correttamente posizionata e solidale con il femore».
Ulteriore lussazione il 24 agosto: «Anche in questa circostanza la decisione di un nuovo intervento chirurgico è verosimilmente presa d’emblée, se è vero che nel diario giornaliero si legge: “dopo consulto con il primario si decide di procedere a intervento chirurgico”». I chirurghi tacciono sia sulle condizioni del cotile sostituito, cioè dell’incavo osseo dove ruota la testa del femore, sia sulle «ragioni che potessero aver determinato la recidiva delle lussazioni».
Orsini a luglio 2001 aveva un modesto dolore all’articolazione del femore, ma camminava, guidava, saliva le scale. Per gli specialisti della clinica Santa Rita era tutta colpa della protesi, sostituita «nonostante le indagini strumentali non documentassero in maniera probante nulla di tutto ciò». L’anca «in tempi anche relativamente brevi dopo ogni nuovo intervento, tornava a lussarsi, anche in assenza di documentate manovre incongrue» del paziente o dei riabilitatori. «Sorprende che, fatta eccezione per una volta, tutte le lussazioni abbiano avuto necessità del provvedimento chirurgico per essere risolte».
Anzi, pare che la decisione di intervenire «sia stata prioristica, senza neppure essere preceduta da un tentativo di riduzione incruenta». La perizia fu depositata il 16 giugno 2006. Due anni prima degli arresti di questi giorni.