Santacroce, l’ultimo «sciuscià» di Milano

C’è un minuscolo angolo di Milano dove si può trovare una professione ormai scomparsa: quella del lustrascarpe. I lettori di una certa età ricorderanno quanto fosse diffusa l'abitudine di farsi lucidare le scarpe sia in strada, sia in appositi negozi. I «shoeshine boys» appartengono alla tradizione statunitense degli Anni Venti e Trenta quando l'impeccabile brillantezza delle calzature costituiva un motivo di prestigio per chi teneva all'eleganza. I lustrascarpe si diffusero in Italia, specialmente al sud, dove gli sciuscià, ragazzini con la borsa delle spazzole sulle spalle, offrivano le loro prestazioni ai passanti per un modesto compenso. Oggi le abitudini sono mutate: è prevalso il «fai da te», ma con ben differenti risultati. Negli hotel adesso esistono macchine con spazzole girevoli e vengono forniti, assieme agli oggetti di prima necessità - il dentifricio, lo shampoo-doccia, il mini dentifricio - degli appositi spazzolini intrisi di lucido nero o marrone, che si acquistano anche per uso domestico, con i quali lucidare rapidamente le calzature.
Tutto ciò per dire come Carlo Santacroce - l'ultimo lustrascarpe di Milano - sia una figura fuori dal tempo. «Persino a Napoli, la mia città - dice - dove da ragazzo, nel dopoguerra, giravo per i vicoli per lucidare le scarpe a 100 lire, anche ai soldati americani, a fare questo lavoro è rimasto solo un vecchietto in via Roma, vicino al teatro San Carlo». Santacroce, ha settantasei anni, e svolge la professione nella stazione della linea rossa della metropolitana di Palestro, nell'anticamera del locale adibito ai servizi. Non esiste neppure un cartello ad indicare la sua presenza. Non serve, ci assicura. «I pochi clienti che vengono, nonostante i prezzi bassi - da un euro e ottantacinque per le scarpe a 2,50 per gli stivali - sono quelli che mi conoscono, autentici milanesi che mi vogliono bene. C'è stato qualche attore della televisione, ma non ricordo il nome. Alla mia età la memoria vacilla».
Fa tenerezza vederlo col camice nero, il fisico alto ed il volto liscio, accanto allo sgabello mentre ascolta musica da una vecchia radio portatile. Di poche parole, Santacroce racconta a stralci, quasi malvolentieri, la sua vita. «Dopo Napoli ha cambiato lavoro, sono stato a Vercelli alla Rodiatoce per tre anni e poi vicino a Parigi in una fabbrica di siderurgia. Nel 1975 sono venuto a Milano, sempre qui a Palestro. Vivo con la moglie e due figli sposati».
Si sofferma invece a lungo sul suo momento di gloria: quando Antonella Clerici, dieci anni fa, lo invitò alla televisione a parlare di scarpe e della sua professione. «La trasmissione mi aveva reso famoso ed i giornalisti venivano ad intervistare l'ultimo lustrascarpe di Milano. Ma quando esce l'articolo?», chiede salutandoci. Non siamo la Clerici gli rispondiamo, prima che - ma il signor Carlo ci scuserà - ci racconti nuovamente la sua esperienza televisiva. C'è da capirlo. Per un personaggio come lui da film neorealista, apparire su un giornale è una soddisfazione gratificante. Come quando qualcuno gli chiede di pulirgli le scarpe.