Santacroce, uno «Zoo» pieno di mostri

L’ultimo romanzo di Isabella Santacroce, Zoo (Fazi, pagg. 125, euro 12,50), appartiene al genere di opere a proposito delle quali nei risvolti di copertina o nelle compiacenti recensioni si osserva «che non risparmiano nessuno». Confessiamo che da qualche tempo abbiamo smesso di chiederci cosa ciò significhi, chi siano i misteriosi individui che i romanzi «normali» invece risparmierebbero: le donne e i bambini, come nelle rappresaglie? Le anime candide? Va bene, ne uccide più la penna che la spada; ma qui è come se l’autore, facendo ombra al foglio con il braccio, scrivesse quatto quatto «Dopo che l’incesto fu compiuto, lei lo uccise» e poi alzasse lo sguardo per contare il numero dei morti. Spostando la prospettiva dal lato del lettore la situazione diventa ancora più comica: gente dall’occhio spiritato che entra nelle librerie come i cristiani nel circo, persuasa che non sarà risparmiata. Dagli scaffali le copertine ammiccano: veleno mortale, bomba deflagrante! Tornato a casa l’aspirante suicida accende l’abat-jour, toglie dal cellophane la dose letale di letteratura, la ingurgita...
Se dovessimo sbrigarcela in un minuto, diremmo che Zoo è un drammone familiare a tinte fosche scritto molto male. Nessuna traccia della «prosatrice di altissima qualità» di cui parlava Garboli, le cui caduche affermazioni sono state riprodotte sul dorso del volume a mo’ di spauracchio apotropaico per critici letterari ostili. Di che qualità sarebbe una prosa rumena che ospita frasi come «Se avevo pensieri, se avevo disperazione, se ero spaventata...»? Oppure: «... ad essere grata con lei per darmi rifugio»? Ogni pagina sembra un losco crocicchio dove può capitare di incontrare di tutto: il sintagma lirico e la spigliata parolaccia da liceale, l’anacoluto gratuito con velleità espressionistiche e la sparata rivendicativa. A tali problemi se ne aggiunge un altro: se qualcuno temeva che l’autrice di Fluo passasse il tempo a spolverare i suoi clichés, è chiaro che questo cambiamento di rotta costituisce un rimedio peggiore del male, perché qui i clichés formano il tessuto stesso del romanzo. Confermando per sovrappiù le tesi di chi sostiene che gli autori delle ultime generazioni siano «mutanti» incapaci di trasformare le loro abitudini stilistiche in uno stile vero e proprio.
Le vicende narrate in Zoo ruotano attorno al triangolo familiare. C’è un padre fuori ruolo, un artista fallito che inizierà a bere e morirà in un incidente; una madre «snaturata» molto entre-deux-guerres; e una figlia che patisce le nevrastenie ambientali. Durante una colluttazione con la madre la ragazza cade dalle scale. Finirà immobilizzata su una sedia a rotelle. Siamo chiaramente finiti nella terra (magari fosse desolata) dove si danno appuntamento il romanzo d’appendice, il Grand Guignol e la romanza di profumi e balocchi. Man mano che ci si avvicina alla conclusione si moltiplicano gli effettacci: il bacio incestuoso, la masturbazione dietro la porta mentre i genitori indulgono al sordido peccatuccio, il coltello puntato alla gola, il cuscino soffocatore. Chiuso il rintronante volume sarà difficile resistere alla tentazione di fare dello spirito: per esempio borbottando che si tratta pur sempre di banale entfremdete Kunst, arte degenerata.