Il "santo bevitore" secondo Mazzarella

Una Parigi sui Navigli e un barbone-clochard sono la chiave di volta di "La leggenda del santo bevitore" con l'attore protagonista per la regia di Andrè Ruth Shammah al teatro Franco Parenti

Una Parigi sui Navigli e un barbone-clochard sono la chiave di volta di "La leggenda del santo bevitore" che vede Piero Mazzarella protagonista per la regia di Andrè Ruth Shammah al teatro Franco Parenti di Milano. Rispetto al racconto originale di Joseph Roth e allo splendido film di Ermanno Olmi interpretato da Roger Hauer, l'attore milanese, seguendo le indicazioni della regista ha messo la sordina a quella che era la componente più squisitamente cattolica del testo, privilegiando invece una via di mezzo fra il caso, il caos e la necessità. Così, ciò che accade al povero ubriacone Andreas Kartak non si tinge delle tinte miracolistiche di una sorta di possibile, finale redenzione religiosa, ma più prosaicamente ha a che fare con gli incontri che la vita di volta in volta ti presenta e ai quali ciascuno di noi è chiamato a dare la propria personale interpretazione. Costruito su tre personaggi e una giostra di immagini, lo spettacolo ruota intorno a una classica quinta teatrale di carta, legno e tela dietro la quale appaiono proiezioni fantasmatiche, immagini fotografiche, spezzoni di film, a cui fa da supporto una colonna sonora che va da Strawinskij al jazz, dalle musiche yiddish e della vecchia Russia ai valzer musette della Francia dei bistrot, delle guinguettes, dei cafè chantant. A fianco di Mazzarella, la presenza scenica di una lettrice, incaricata di raccordare il testo alla memoria orale, e un testimone-colto nelle vesti di barista, fanno da contrappunto all'One-Man-Show del grande attore, disincantato e ironico. Identità, onore, isolamento, eros, religione e morte sono i temi che in poco più di un'ora vengono passati in rassegna con una levità e una naturalezza che fanno tutt'uno con la loro complessità e l'emozione che essa provoca. Scritto nel 1939, pochi mesi prima di morire, La leggenda del santo bevitore è, fra i capolavori di Roth, il più autobiografico e il più vicino alla realtà. Come il suo protagonista, infatti, anche lo scrittore austroungarico si spense all'uscita di un bistrot, coma etilico fu il responso medico, ricalcando così l'inquietante parabola premonitrice della storia di Andreas Kartak. Giocando sulle molteplici corde che il suo ruolo gli concede, voce narrante, ma anche testimone, autore ma anche attore, Mazzarella costruisce un personaggio dal fascino popolare che conserva però una nobiltà d'animo e un'aristocrazia comportamentale, un essere pieno di contraddizioni che vive le sue amarezze in un anelito vitale che lo conduce alla dolce morte, il premio che auspicano i bevitori consapevoli, genere a cui apparteneva lo stesso Roth. Al termine dello spettacolo, silenziosamente seguito e calorosamente applaudito, ogni sera Piero Mazzarella fa un fuori-programma in cui si racconta brevemente agli spettatori, spiega il perché della fascinazione del mestiere d'attore, e cosa voglia dire sentire l'odore del palcoscenico, rivela aneddoti su se stesso e sui grandi con cui ha lavorato, da Enrico Ruggeri a Paola Borboni. Si esce consapevoli di aver visto uno degli ultimi grandi vecchi ancora sulle scena.