Santo Stefano di Sessanio: la favola della città-albergo

La cittadina abruzzese era quasi abbandonata: ora si apre all’ospitalità

Laura Gigliotti

Sulla porta ogivale della piazza medicea di Santo Stefano di Sessanio spicca inconfondibile lo stemma dei Medici. Ha forma ellittica, come la cinta muraria medievale, viuzze che si arrampicano fino alla torre che domina l’abitato, palazzetti signorili abbelliti da logge, archi, volte, bìfore, portali scolpiti. Situato ai piedi del Gran Sasso, a 130 chilometri da Roma, una settantina di abitanti, mille un tempo, durante il periodo feudale fece parte della Baronia di Carapelle e poi appartenne ad illustri famiglie toscane come i Piccolomini e i Medici che qui si rifornivano della preziosa lana indispensabile alle loro manifatture e ai loro commerci. Fu l’economia basata sulla pastorizia e la transumanza ad assicurare a questa zona poverissima la prosperità. Fino a quando con l’avvento della rivoluzione industriale, nuovi mercati, nuove materie prime e diverse politiche agricole non misero in crisi tutto il sistema.
Venuti meno i mezzi di sussistenza, con una terra avara, a 1250 metri d’altitudine, l’unica soluzione era l’emigrazione. Un’emigrazione di lunga durata e per paesi lontani che ha spopolato interi borghi, condannandoli a un destino di marginalità che rappresenta ora la loro fortuna. Paesi rimasti come erano quando se ne sono andati gli abitanti, che conservano un patrimonio storico-architettonico che si fonde mirabilmente con l’ambiente. Vette che si perdono a vista d’occhio e campi che un paziente lavoro di secoli ha ripulito dalle pietre. È qui che si coltivano gustose lenticchie e a poca distanza a Navelli uno zafferano portato seicento anni fa, si dice, da un frate domenicano che aveva contatti con gli arabi, il preferito per il risotto alla milanese. Fra i prodotti tipici ci sono fagioli, ceci, farro, cicerchie, formaggi, salumi. Presidio Slow Food il pecorino di Farindola e la mortadella di Campotosto.
Sono molti in Abruzzo i centri montani minori spopolati e insidiati dal degrado. Un destino a cui si è sottratto Santo Stefano che già dispone di locande e servizi, richiamato in vita dall’entusiasmo e dalla voglia di rischiare di un giovane imprenditore di origine svedese Daniele Elow Kihlgren. «Stavo andando a Campo Imperatore - ricorda - e arrivato a Rocca Calascio, vedendo dall’alto Santo Stefano, me ne sono innamorato subito e alle sei del mattino ho telefonato all’architetto». Aveva trovato il luogo che stava cercando da anni per realizzare il suo progetto di «albergo diffuso», forse il più bel borgo medievale, fra i tanti semiabbandonati della montagna abruzzese.
Costituita una società (impegno finanziario 4 milioni di euro), e acquistati 3500 metri quadrati di immobili a ridosso delle case mura del paese e altri mille in centri vicini, è nato un originale progetto di recupero che prevede oltre alle strutture ricettive ospitate nelle case del paese, anche botteghe di artigianato tradizionale, una cantina, una locanda a base di cucina locale, un spazio per incontri, un centro benessere e un centro escursioni. Il restauro è improntato alla conservazione integrale. I pavimenti delle stanze, le scale, i mobili, le suppellettili sono quelli originali e là dove non è possibile sono riproposti secondo un criterio filologico che arriva ai particolari più minuti. I materassi sono di lana, lenzuola e tovaglie sono tessute con i telai tradizionali, le coperte, secondo i modelli antichi, sono tinte con colori naturali. Per ora sono disponibili sei camere, il ristorante, sale mostre per incontri e concerti. Come quello che si è tenuto in onore di Jannis Kounellis e l’ultimo dedicato al regista Jurij Potrovic Ljubimov, direttore del Teatro Taganka di Mosca.
Da Roma si raggiunge con l'Autostrada A24, uscita l'Aquila Est e SS 17, uscita Barisciano. Informazioni turistiche: Comune tel. 0862-89203