Santoro contro il lodo, ma si è votato lo scudo

Nel 2003 votarono a favore anche Napolitano e Vattimo di Italia dei valori, il partito del "fatti processare!". Nel 2005, a Strasburgo nelle fila dell’Ulivo, approvò la legge sull’immunità per i parlamentari europei. Ora si indigna

Roma - Quando si siede in Parlamento l’immunità preme molto più di quando si fa politica dal video. Succede così che a Bruxelles un personaggio come Michele Santoro, che nella sua trasmissione televisiva si è tanto battuto contro il Lodo Alfano e ripete di aborrire ogni tipo di privilegi, voti a favore dello scudo per gli eurodeputati.
Allora il conduttore di Annozero aveva lasciato la Rai per essere portato in trionfo sugli scudi del centrosinistra al Parlamento europeo.

Era il 23 giugno 2005 e Santoro faceva parte di quella larghissima maggioranza (403 favorevoli, 89 contrari e 92 astenuti) che fece approvare la nuova legge per l’euroimmunità. Si trovava certo in buona compagnia, perché nessuno degli italiani a Bruxelles disse una parola contro il provvedimento. Anzi. Tutti d’accordo. Compresi esponenti della sinistra e dell’Italia dei valori, partiti che oggi gridano allo scandalo di fronte alla sospensione dei processi per le quattro massime cariche dello Stato e rabbrividiscono alla sola idea di riproporre una discussione sull’articolo 68 della Costituzione, quello che prevedeva in Italia fino al 1993 appunto l’immunità parlamentare.

Qualche nome noto? Gianni Pittella, plenipotenziario della campagna di Pierluigi Bersani nel Pd ed eletto a luglio vicepresidente del Parlamento di Bruxelles; l’altro dalemiano Mauro Zani; Giovanni Berlinguer, uno dei fratelli del leader Enrico e lui stesso tra i leader del «correntone»; Pasqualina Napoletano della sinistra Ds; Marta Vincenzi, due volte sindaco rosso di Genova; l’agguerrito Claudio Fava di Sinistra e Libertà e ancora l’ex sindacalista della Cgil Guido Sacconi.

Tra i contrari all’immunità parlamentare non figura neppure un nome italiano, tra gli astenuti neppure. In aula non si ricordano battaglie, né interventi infuocati da parte dei nostri, al contrario. Il Partito socialista europeo, come il Partito popolare europeo, quell’immunità la voleva eccome. Tutti a favore, dunque, quando si è a Bruxelles.

La stessa legge fu votata sempre con larghissimo consenso nel 2003 e poi «sdoppiata» per seguire due percorsi diversi. Anche allora l’accordo era trasversale: il 3 giugno ci furono in aula 345 sì (compresi tanti favorevoli della sinistra) e solo 94 no.
Tra quelli che sostennero l’euroimmunità, anche l’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, insieme a Fava, Sacconi, Pittella, Napoletano e poi Giorgio Ruffolo, Demetrio Volcic, Renzo Imbeni. Per il gruppo dell’Italia dei valori votò per l’approvazione il filosofo Gianni Vattimo, che si definisce cattolico, comunista e gay.
Prima ancora, la norma era stata elaborata dalla Commissione giuridica dell’Europarlamento e approvata in pratica all’unanimità, con
21 componenti e solo 2 astenuti.

L’unico italiano era il presidente, Giuseppe Gargani, che ora ricorda: «Nel Parlamento europeo non c’è l’accanimento che invece prevale in Italia su questo problema, ma un’atmosfera serena che non poteva che portare ad una condivisa approvazione della legge. Anche perché tutti i parlamentari stranieri già godono nei loro Paesi della tutela dell’immunità per il loro ruolo. Così, l’introduzione dello scudo fu sposato anche dal Pse nella sua interezza. Per i socialisti europei, infatti, questa legge era definita fondamentale. E dovrebbe essere presa a modello in Italia, unico Paese a non prevedere questa protezione per i suoi parlamentari».

Gargani sottolinea che l’immunità garantisce «un diritto fondamentale dei parlamentari ma al tempo stesso dei cittadini che votano e trasmettono al designato la rappresentanza democratica» e l’abolizione dell’articolo 68 ha «accentuato lo squilibrio dei poteri e reso debole e indifeso il Parlamento, esposto al “potere” della magistratura».

A Massimo D’Alema, già deputato europeo, il Parlamento di Bruxelles ha riconosciuto l’immunità quando un magistrato di Milano contestava alcune sue dichiarazioni per indagare su di lui. «È stato giusto metterlo al riparo da una iniziativa ingiusta - dice l’ex presidente della Commissione giuridica - ed io mi sono battuto in tal senso per rispetto delle istituzioni. Il Parlamento europeo ha finanche difeso l’immunità per Antonio Di Pietro, che pur meriterebbe qualche processo sommario!».