Santoro va a Gomorra ma scopre soltanto le «colpe» del Cavaliere

Michele Santoro riveste i panni del cronista. Bene, bravo. Annuncia che la puntata di Annozero sarà dedicata alla criminalità in Campania. Sacrosanto. Che l’inchiesta di apertura sarà incentrata sull’ormai famoso video dell’omicidio commesso nel bar del Rione Sanità. Grande tv. Che il reportage segnalerà carenze e problemi delle forze di polizia. Denuncia ineccepibile. Le immagini mostrano mamme, pensionati e preti che difendono la località dove abitano, Casal di Principe, capitale della camorra: «Sciacquatevi la bocca prima di parlare di questa città, questo è un posto laborioso, Saviano vuol fare l’immaginario, l’esercito non serve». È una fetta d’Italia anche questa, e Santoro le dà voce.
Ne parla perché è casalese Nicola Cosentino, il sottosegretario Pdl di cui la procura di Napoli ha chiesto l’arresto in quanto i pentiti lo accusano di «essere a disposizione dei clan». È il candidato berlusconiano per la regione Campania. Il classico schema di Annozero: si parla di Cosentino per arrivare a Silvio Berlusconi, un gioco di sponda di cui lo snooker Santoro è maestro.
Invece no, colpo di scena. Casal di Principe sparisce dai teleschermi, i mali di Napoli appaiono come inserti filmati, spot firmati da Corrado Formigli e Sandro Ruotolo che dipingono una realtà senza speranza. Invece in studio per un’ora si parla soltanto di Berlusconi e della riforma della giustizia appena approdata in Parlamento. Santoro salta a piè pari dalla camorra ad Antonio Baldassarre, giurista di area centrodestra che ha detto di essere «desolato» dal disegno di legge sul processo breve. Il magistrato Piercamillo Davigo spiega che i mali della giustizia sono che gli italiani litigano troppo, vanno in tribunale dieci volte più degli altri europei e la legge non impone alcun limite ai cittadini condannati di ricorrere in appello.
Dopo di lui tocca all’ex collega Antonio Di Pietro che va giù dritto, come piace a Santoro. «Perché si fa questa legge? Perché adesso? Perché l’avvocato Ghedini non riesce a far assolvere Berlusconi. Il vero motivo per cui l’economia è in ginocchio, per cui in Parlamento perdiamo tempo a discutere della lunghezza della coda dei cani senza discutere dei problemi reali è che abbiamo Berlusconi capo del governo».
Per reggere il contraddittorio, l’abile Santoro non ha invitato Ghedini o il legale di Cosentino, ma il deputato pdl più vicino a Gianfranco Fini, Fabio Granata, cioè il rappresentante dell’ala più fredda verso le ipotesi berlusconiane di riforma della giustizia. Infatti da Granata arriva una semplice difesa d’ufficio del provvedimento presentato al Senato: «Ovvio che è frutto di un accordo politico tra Berlusconi e Fini». Le lungaggini giudiziarie? L’indolenza di tanto personale dei mille palazzacci italiani? I record della durata dei processi? Granata allarga le braccia: «In finanziaria abbiamo stanziato i fondi adeguati». Tocca a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, tirar fuori i mali della giustizia citando il libro di un giornalista dell’Espresso.
Ma Di Pietro e Davigo insistono: «Il disegno di legge è una truffa mediatica». E Marco Travaglio, si dedica forse alla camorra? Chiaramente no: rispolvera l’archivio per parlare del decreto Biondi del primo governo Berlusconi, e poi della legge Cirielli, delle rogatorie, del falso in bilancio, eccetera. Cose che ripete da anni, sempre buone per sostenere la tesi che i tentativi del centrodestra di riformare la giustizia sono soltanto leggi «ad personam». Belpietro reagisce. E il finiano Granata boccia la candidatura di Cosentino.