«Sanzioni ai giornalisti? Una ritorsione del potere»

Il presidente dell’Ordine, Del Boca: «Il Palazzo difende se stesso e vuole colpire con 4 anni di carcere chi ha scoperchiato il pentolone»

Marianna Bartoccelli

da Roma

Per Lorenzo Del Boca, presidente da 5 anni dell’Ordine dei Giornalisti, la situazione non è certo delle migliori per la categoria, ma di una cosa è certo: «Ogni volta che ci sono problemi relativi a diritti civili e a privacy l’attacco è contro di noi che siamo l’ultimo anello della catena».
La pubblicazione di intercettazioni di fatti non inerenti alle inchieste, ma anche episodi come quello di giornalisti «organici» ai servizi di intelligence non rendono di certo la categoria senza colpe...
«Chiariamolo subito: i fascicoli con le intercettazioni non escono dalle procure con le loro gambe. E se un giornalista ha carte deve pubblicare quello che ha. La violazione del segreto istruttorio non è un nostro problema ma degli addetti. È chiaro che siamo noi i più esposti, perché alla fine delle notizie che pubblichiamo la firma è la nostra».
In tanti ci accusano di pubblicare però fatti che danneggiano la vita personale...
«Ma quando mai, se guardiamo le intercettazioni pubblicate in questi mesi scopriamo di aver fatto fare un figurone a Ilaria D’Amico, di aver fatto sapere quanto Anna Falchi amasse il marito...»
Non esageriamo, abbiamo messo in piazza persino i segreti di Vittorio Emanuele...
«È il nostro mestiere, raccontare il contesto del potere. È giusto che la gente, dopo tutto quello che avevamo fatto per farlo rientrare in Italia, sappia chi è veramente l’erede del re d’Italia, che il segretario del partito dei Ds dica «abbiamo una banca» e che la Farnesina venisse usata per altro che non fosse la politica estera. Se la Rai viene gestita più con le gambe che con la testa, perché non si deve sapere? La verità è che il potere difende se stesso, come ha sempre fatto, e per difendersi adesso vuole fare una legge dove gli unici colpiti sono i giornalisti minacciati da quattro anni di galera. Il problema è il solito: non scoperchiare il pentolone...»
Lunedì il ministro Mastella presenterà la legge sulle intercettazioni, avete esposto il punto di vista dei giornalisti?
«Certo, speriamo che ne tenga conto. Abbiamo tanti motivi di autocensura che la minaccia di quattro anni di galera non può che peggiorare la qualità dei giornali. Questo è un Paese che ha bisogno di più informazione non certo di maggiori motivi per scrivere di meno.»
Non le sembra di assolvere troppo la categoria?
«Se viene fuori il caso di una intercettazione di qualcuno che non c’entra nulla con una inchiesta bisogna avere una certa prudenza, ma questo mi sembra il minore dei problemi. Nella vicenda di calciopoli ad esempio i reati sono pochi, ma le intercettazioni fanno conoscere un contesto che è giusto che gli italiani sappiano. Il nostro compito non è solo raccontare i reati ma anche l’ambiente sociale nel quale viviamo».
Siete accusati di non intervenire tempestivamente e con efficacia nei casi di violazione della deontologia professionale...
«Le poche norme che abbiamo le facciamo rispettare: un giornalista non può fare anche un altro mestiere, per il quale viene pagato. Questo è chiaro. È il caso di Renato Farina. Non si può fare il giornalista e lo spione. Ma la legge dell’Ordine professionale risale al 1963 e mai nessuno l’ha voluta riformare, malgrado negli anni l’avessimo sempre chiesto. E così un procedimento nostro dura più di un procedimento giudiziario, e dopo dieci anni perde di efficacia. A noi non serve una legge sulle intercettazioni ma una riforma dell’ordine professionale che metta al centro la questione dell’accesso alla professione».