«Sanzioni crescenti contro gli ayatollah»

Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, non perde occasione per lanciare violenti attacchi contro l'Occidente, la sua cultura e i suoi valori. Sia che parli alla Colombia University di New York sia che lo faccia a Teheran per la fine del Ramadan, la propaganda è sempre la stessa: a morte gli Stati Uniti e Israele, alleati compresi. Tra loro, in primis, c'è la Francia. Anche ieri il presidente francese, Nicolas Sarkozy, è tornato a invocare «sanzioni crescenti» per premere sull'Iran affinché sospenda il suo programma nucleare. Le dichiarazioni dell'Eliseo arrivavano da Mosca, dove Sarkozy ha incontrato il presidente russo, Vladimir Putin, che a sua volta volerà a Teheran il 16 ottobre.
Ahmadinejad ha un debole particolare per gli attacchi contro l'Occidente quando questi hanno un forte impatto mediatico. In questo modo le sue parole sono riprese da televisioni e giornali di tutto il mondo. Con la stessa cura, però, ha sempre fatto di tutto per insabbiare qualsiasi notizia di quello che è considerato il tesoro dell'ultimo scià, Reza Pahlavi. Non si tratta né di gioielli o abiti né di conti o lingotti d'oro, ma del simbolo della cultura occidentale: l'arte. Quello che Ahmadinejad gelosamente evita di sponsorizzare è, a detta degli esperti, la più grande collezione privata di capolavori risalenti alla fine del XIX secolo e l'inizio del XX fuori dall'Europa.
La notizia, sull'inestimabile valore e sulla effettiva esistenza, è stata sempre con fermezza ridimensionata dalle autorità di iraniane. L'ultimo a parlarne, con molte reticenze, è Habibollah Sadeghi, direttore del Museo d'arte contemporanea di Teheran. Nei suoi sotterranei sono custoditi, in bunker di ultima tecnologia, una quantità tale di dipinti da formare il catalogo di un museo. Tutti ci sono: Picasso, Kandinsky, Warhol, Monet, Van Gogh, Cézanne.
Il tesoro, perché di questo si tratta, è stato saccheggiato allo scià al momento della Rivoluzione islamica, nel 1979, quando al potere salì l'ayatollah Ruhollah Khomeini. Il Paese si trasformò in uno Stato teocratico, retto da una rigorosissima lettura dell'Islam, in versione sciita. Ma la rabbia dei fondamentalisti portò a una dittatura, che continua ancora oggi, in cui tutto ciò che è occidentale viene proibito. La collezione fu così nascosta nel sotterraneo del museo della capitale. Come si poteva imporre il chador nero e instaurare la legge coranica e poi mettere in bella mostra l'arte di quell'Occidente che era «Il Male».
Ahmadinejad nei due anni in cui fu sindaco di Teheran - dal maggio del 2003 al giugno del 2005 - si guardò bene dal rendere pubblico quello che è un patrimonio dell'umanità. Nulla potè Mohammad Khatami, presidente riformista dal 1997 al 2005.
Questa mitica collezione ha fatto la fine di tutto ciò che è Occidente in Iran: è stata cancellata. Non nel senso letterale del termine, ma è nascosta così che i visitatori del museo non debbano coprirsi gli occhi davanti ai nudi, o soltanto alle donne non velate, che i grandi pittori hanno rappresentato. Dopotutto è successa la stessa cosa alla musica, alle acconciature dei capelli, ai vestiti: tutti messi al bando. La questione del «tesoro sotterraneo» però ha molto del controsenso. Perché, in passato come oggi, il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione non ha deciso di bruciare le tele così come le bandiere americane e israeliane? A questa domanda non c'è risposta perché Ahmadinejad ha fatto dell'ambiguità il suo punto di forza.
Ieri dopo mesi di tira e molla è giunta a Teheran una delegazione dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (Aiea) per una serie di colloqui sul programma nucleare iraniano. Il 22 novembre il direttore dell'Agenzia, l’egiziano Mohammed El Baradei, dovrà presentare la loro relazione a Vienna. Entro quella data l'Iran si è impegnato con la Aiea a fare piena luce sul suo programma nucleare. Un gesto di apertura, all'apparenza. Ma come si può credere a un uomo che chiede di cancellare un altro Stato, Israele, dalla cartina geografica? La collezione di Teheran per ora non corre pericoli, se non quello di essere sotto chiave, ma con un leader come Ahmadinejad non è detto che, in quanto espressione dell'Occidente, non venga presto cancellata del tutto.