Il saper perdere serve a tutti Anche alla Ferrari

Dotto dottor Granzotto, si diceva che chi di spada ferisce, di spada perisce. Bene ha fatto Calderoli a chiedere le dimissioni di Luca Cordero di Montezemolo, già presidente di Confindustria e oggi presidente della Ferrari nonché presunto terminale, in pectore, di non chiare azioni politiche (se la notizia sarà confermata... ma io mica ci credo, direbbe Benigni). Funzioni e ruoli che gli dovrebbero imporre modi, termini e accenti meno rozzi e trancianti in tema di critiche a terzi. Domenica scorsa abbiamo assistito al suicidio della amata Ferrari che rappresenta solo l’ultima delle bestemmie strategiche ben sintetizzate sulla Gazzetta dall’ottimo Pino Allevi. Lui è il «responsabile» se è vero che il buon Bondi sarebbe «responsabile» del crollo di Pompei. Anche se tutta quella pioggia non ce l’ha portata lui. Puerile e penso mal consigliata la sua difesa «dica Calderoli cosa ha fatto di importante nella vita». Ohibò, è esattamente quello che potrebbe dire Silvio a tutti i suoi detrattori! Una cordiale stretta di mano,
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Mi chiedo ancora com’abbia potuto Luca Cordero di Montezemolo, così intelligente e accorto, con enorme uso di mondo e altrettanto savoir-faire nell’arte del comunicare, mi chiedo come abbia potuto un uomo come lui, assai tentato dallo scendere politicamente in campo, a non aver tenuto conto della lezione di Barack Obama, modello e idolo delle folle politicamente corrette. E dire subito, a motore delle Ferrari ancora caldo: «È colpa mia. Mi prendo tutte le responsabilità». Che figurone avrebbe fatto! Come sarebbe stato apprezzato anche dai ferraristi più rabbiosi per l’onta di Abu Dhabi! Va però aggiunto, caro Zamberletti, che se da anni non avessero tanto insistito sul primato, sull’eccellenza del box Ferrari che non sbaglia mai una strategia o un pit stop, che è invidiato da tutto il mondo, che fa scuola eccetera eccetera, il capitombolo sarebbe stato meno doloroso. Questo è: i tifosi avevano finito per crederlo, che box e muretto Ferrari fossero infallibili. E l’ultimo al quale si perdona un fallo è proprio l’infallibile. Comunque, strategia o non strategia, gomme morbide o gomme dure, è stata amara vedere la rossa arrancare dietro una gialla. E si fa un bel dire che il circuito di Abu Dhabi non consente i sorpassi. A parte il fatto che se ne sono visti e anche di belli, nemmeno se la pista fosse stata un rettilineo di cinque chilometri a quattro corsie il povero Massa avrebbe acchiappato e superato quel bellimbusto di un Petrov. Un’altra cosa, mi viene in mente a proposito della Waterloo di Abu Dhabi: fa un po’ sorridere sentir ripetere - e con enfasi - che la «squadra» ha sempre e di nuovo «voglia di vincere», che la Ferrari è «nata per la vittoria». E che diamine, ci mancherebbe anche che la «squadra» avesse il piacere e magari facesse di tutto per perdere e che Massa e Alonzo scendano in pista solo per farsi un giretto e vedere il panorama. Quella storia dei natali, poi... di vittorie schiave di Roma ce ne basta una.
Recita un popolare adagio che se la vittoria ha cento padri, la sconfitta è orfana. Una volta, forse. Oggi, con i Ris e il dna della comunicazione di massa si fa presto a risalire al padre. Al quale non resta, se vuole evitare d’esser a lungo irriso, di saper perdere. E con eleganza. Calderoli sarà stato anche un po’ troppo hooligan nel suo tifo per la Ferrari, ma Montezemolo avrebbe dovuto astenersi dal rispondergli come gli ha risposto. Saper perdere vuol dire anche saper incassare (però, caro Zamberletti, ’ste dannate Red Bull. Che dice, l’anno prossimo le faremo nere?)
Paolo Granzotto