Sapienza, il Viminale: aizzati dal veto sulle foibe

Il giudice di Roma ha confermato gli arresti per tre dei responsabili della rissa. Il sottosegretario Mantovano espone alla Camera la relazione del governo sull'accaduto: il convegno di Forza Nuova era legittimo. I violenti sarebbero stati aizzati dal veto dell'università all'incontro sulle foibe. <a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani" target="_blank"><strong>La Sapienza e il rito dell'intolleranza: dì la tua</strong></a>

Roma - Impedire «lo svolgimento di un convegno autorizzato» come è stato deciso dai vertici dell’Ateneo non ha certamente contribuito a placare gli animi. Anzi. Ha alimentato un clima di intolleranza che è poi sfociato in episodi di violenza. Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, espone all’assemblea di Montecitorio la relazione del governo sugli scontri alla Sapienza.

Una ricostruzione che in qualche modo addossa una responsabilità, seppure indiretta, anche su chi ha deciso che quell’assemblea sulle foibe, organizzata da Forza nuova, non si doveva tenere. Ovvero il prorettore, Luigi Frati (che ha annullato il permesso prima concesso dal preside di Lettere, Guido Pescosolido) «per paura di disordini», dopo che i collettivi di sinistra avevano occupato gli spazi dove si sarebbe dovuto tenere l’incontro. Ma anche perché, spiega lo stesso Frati, «sui manifesti che annunciavano il convegno è apparso il simbolo del pugnale, un simbolo anticostituzionale: per questo il convegno è stato annullato». L’Università poi si costituirà parte civile nei procedimenti giudiziari che riguarderanno gli episodi «che hanno gravemente danneggiato la vita accademica», dice Frati.
Ma la mossa del prorettore non è stata opportuna a giudizio del governo che si definisce «preoccupato». L’uso della violenza, dice Mantovano alla Camera, «non ha mai giustificazioni» ma, aggiunge, è «difficile separare quanto accaduto alla Sapienza dal divieto per impedire un’assemblea già autorizzata». Assemblea che per il sottosegretario poteva «essere oggetto di discussione ma che certamente non poteva essere qualificata come eversiva».

Ed è proprio qui il nodo della questione. Forza nuova è considerata non soltanto dagli studenti ma da tutto l’establishment di sinistra un movimento antidemocratico ai limiti dell’eversione al quale, dunque, non si può concedere il diritto di organizzare un convegno.
Mantovano dunque ricorda alla Camera che il governo non si riconosce in alcun modo nelle posizioni di Forza nuova ma allo stesso tempo che «in presenza di disposizioni che prevedono lo scioglimento di movimenti che favoriscono reati di ricostruzione del partito fascista questa forza non ha subito scioglimento da parte di nessun ministro dell’Interno», aggiungendo pure che il leader di Fn, Roberto Fiore, «siede al Parlamento europeo per volontà di coloro che lo hanno votato».

In sintesi, Forza nuova ha diritto a promuovere iniziative come quella sulle foibe ed il fatto di averglielo impedito «ovviamente non legittima la violenza ma vale per inquadrare quanto accaduto», insiste Mantovano. Sulla base della ricostruzione offerta dalla polizia infine il governo avvalora la tesi di «una rissa tra opposte fazioni» che non ha nulla a che fare con il raid del Pigneto. «Occorre separare i fatti dalle opinioni», conclude il sottosegretario. Una relazione ovviamente criticata e giudicata insufficiente da sinistra che accusa il governo di «minimizzare i fatti».

E mentre Mantovano parla alla Camera l’udienza di convalida per i sei giovani arrestati all’Università si è già conclusa. Il giudice del tribunale Luciano Pugliese ha stabilito gli arresti domiciliari per Martin Avaro e Gabriele Acerra di Forza nuova e per lo studente dei collettivi Emiliano Marini in attesa del processo fissato per il 2 luglio. Gli altri tre fermati Giuseppe Mercuri (collettivi), Andrea Fiorucci e Federico Ranalli (Forza nuova) sono stati liberati. Si è trattato di una rissa, scrive il giudice nel provvedimento di convalida, «inficiata da motivi di odio politico, costituente come tale il movente di ulteriori scontri». Per il giudice insomma c’è il pericolo concreto «di reiterazione di analoghe condotte».