SAPORI di Liguria

Nel piccolo Comune di Montebruno è stato inaugurato un bar anni ’50 dove «gustare» raccolte di versi, saggi e spartiti

L’orario non poteva essere più azzeccato: le cinque del pomeriggio. Anzi, «las cinco de la tarde», per dirla coi versi di un celebre poeta, Federico Garcia Lorca. A quell’ora due giorni fa si sono accesi i riflettori sul nuovo bar - locale della comunità montana in val Trebbia a Montebruno: l’Orto della parola. Nome fortemente evocativo, ma di che cosa si tratta in realtà? Spiega Federico Marenco, vicepresidente della comunità montana Alta Val Trebbia: «L’orto della parola è un luogo in cui coltivare la poesia, un luogo di incontro e di incontri, aperto a tutti e con la possibilità di ospitare anche concerti e reading». Perchè se è vero, come è vero, che la poesia e la musica d’autore hanno rappresentato il meglio della cultura ligure del Novecento «allora - dice Marenco - teniamocela cara questa cultura, quindi divulghiamola, facendola conoscere al turista come al ligure». L’orto - bar non è una ricostruzione tout - court: il juke - box propone infatti i migliori Cd antologici dei cantautori genovesi, mentre le mensole alle spalle del bancone non espongono bottiglie, ma libri: libri di poesia naturalmente, e ancora spartiti, saggi da ordinare al cameriere e «consumare» comodamente seduti al tavolino.
Non manca neppure la Tv, appoggiata su un trespolone: solo lo schermo non è più bombato, ma ultrapiatto e trasmette musiche e immagini di concerti e documentari. Un bar mediateca? Qualcosa di più. L’orto della parola è, innanzitutto, un omaggio alla poesia e alla canzone d’autore e ai suoi massimi interpreti della Liguria. Così l’orto non può che essere metafora. E la realtà alla fine si materializza nell’ampio locale al primo piano della comunità montana della val Trebbia, dove è stato fedelmemte ricostruito un bar fine anni Cinquanta, a richiamare quel baretto della Foce in cui nacque (leggenda o verità?) la scuola genovese dei cantautori. Una metafora, si diceva, ma non solo: perchè l’orto fa espresso riferimento a quello della famiglia Barbieri in cui Giorgio Caproni trascorreva i pomeriggi durante le sue ultime estati in val Trebbia. E scriveva... Almeno due sono le poesie dedicate all’orto, una delle quali inedita. In quella val Trebbia che Caproni frequentò a lungo, prima come maestro, poi come partigiano («senza sparare mai un colpo») quindi come commissario.
Proprio per riportare la poesia alle sue radici più autentiche (la frazione oltre Montebruno in cui Caproni aveva casa ed oggi è sepolto), il vicepresidente della val Trebbia insieme all’editore Fabrizio Calzia hanno fortemente voluto l’orto della parola. «L’idea è nata dal libro pubblicato da Calzia (casa editrice Galata) Parchi di parole che mi è sembrato la prima vera realizzazione di quella Genova dei cantautori di cui sempre più si parla. Così è nato il progetto», rivela Marenco.