Sapori orientali in un angolo di Vietnam

«Prima facevo la giornalista di moda, ma era un ambiente troppo superficiale»

Pochi lo sanno, ma da qualche mese anche Milano ha il suo paradiso vietnamita. Si chiama Vietnamonamour, un ristorantino pieno di charme e un po' defilato, con tanto di bed & breakfast. Si trova a due passi da Piola (via Alessandro Pestalozza, 7. www.vietnamonamour.com), dove si nota subito per l'ombrellone in carta di riso issato sul balcone di una villetta d'epoca completamente restaurata: al primo piano il ristorante con un jardin d'hiver; al rialzato la cucina; al terzo le quattro camere per gli ospiti con bagni e al quarto l'appartamento dei titolari. Arredamento molto curato, pareti rivestite in carta velina dei mercati locali e mobili realizzati su misura da artigiani di Hanoi. I proprietari: lui, Dario Arlunno, piemontese, ex manager di una multinazionale farmaceutica; lei, Christiane Blanchet, vietnamita, con un passato da redattrice di moda e da professoressa di lingue. I due si sono conosciuti a Milano in un centro buddhista; si sono sposati nel 1989; hanno messo al mondo due figlioli (un maschio di 11 anni e una ragazza di 16, attualmente in Cina a studiare) e hanno cambiato vita. Lui ha mollato la vita del manager e si è dato ai piaceri di Bacco (si è trasformato in sommelier) con un occhio alla parte amministrativa; lei si è convertita alla cucina, ma trova anche il tempo per seguire il negozio di abbigliamento e oggettistica Viet in viale Col di Lana 2. Una volta all'anno, questa turbo-coppia va in Vietnam a seguire corsi di aggiornamento di cucina.
Cosa ha condotto una vietnamita come lei a Milano?
«È una lunga storia. Sono nata a Parigi. Vengo da una famiglia benestante, mio padre era di Hai Phong, la mamma di Hanoi. Quando il Vietnam fu diviso in due Stati, mio padre - mediatore tra il governo vietnamita e quello francese - diventò un personaggio scomodo. Nel 1958 i miei furono cacciati dal Paese. Si trasferirono a Parigi. Poi siamo nati noi, cinque figli. Mi sono laureata in storia alla Sorbona e un giorno decisi di venire in Italia a visitare i monumenti. Milano era l'ultima città a cui pensavo».
E allora come ci arrivò?
«Ero di passaggio. Alcuni amici mi convinsero a rimanere. Dicevano che avevo buon gusto e che avrei dovuto lavorare nella moda. Erano gli anni Ottanta, pieni di fermento. Mi fermai. Lavorai come redattrice ma presto mi stufai dell'ambiente, troppo superficiale. Così, dal 1992 al 2003, ho insegnato francese alla facoltà di scienze politiche alla Statale».
E infine un ennesimo cambio vita con il Vietnamonamour...
«È un progetto che mi è molto caro e che mio marito ed io curiamo in ogni dettaglio. La cucina è rigorosamente vietnamita, cucinata con ingredienti originali, introvabili in Italia, che facciamo venire espressamente dall'estero».
Cucina lei?
«Sì, ma ho anche uno chef e due aiuti-cuoco. Mio marito sceglie i vini. Abbiamo un'ottantina di etichette».
Milano le piace?
«Mi piace perché è generosa e meritocratica con chi è tenace e perseverante. Non mi piace perché sotto molti aspetti è ancora provinciale. Con le donne straniere poi è spietata: non sto a raccontarvi le difficoltà che ho avuto in certi casi solo per la mia faccia asiatica. In fatto di integrazione c'è molto da fare. Ma è un città ricca di potenzialità. Vanno sfruttate».