Sapporo, dove Ochoa beffò la Thoeni family

N el 1972 i Giochi varcano gli oceani e approdano in una grande isola del Giappone, l’Hokkaido, capitale Sapporo dove già avrebbero dovuto vivere nel 1940 se non ci fosse stata la guerra. I giapponesi hanno molti amori e uno si chiama anche sci. Una realtà quasi ignota è questa: quando nel 1956 a Cortina, Igaja guadagnò l’argento nello slalom, prima medaglia nella storia bianca del Paese, 100mila connazionali lo accolsero e lo acclamarono all’aeroporto di Tokio, davanti a tutti il principe ereditario Aki Hito, attuale imperatore. Il seguito è curioso: il principe invitò il campione a colazione al Palazzo Imperiale e i due scoprirono di amare anche il tennis. «Proviamo a fare un doppio misto», propose il principe. Giocarono più volte e il risultato fu il seguente: il principe sposò la compagna dello sciatore e lo sciatore quella del principe.
Di Sapporo ho un ricordo fascinoso, per la tanta neve, per le attenzioni e la cortesia delle hostess, per i cori e le musiche e naturalmente per le medaglie del mio preferito che negli anni precedenti aveva «conquistato» tre mie creature, il Trofeo Topolino nel 1965, il Gran Premio Saette nel ’66 e ’67 e la mondiale 3-Tre a soli 18 anni nel 1969. Del successo di Gustavo Thoeni nel gigante non avevo incertezze, mi pareva infallibile e così fu. Pensavo ad un oro per lo slalom, ma lo sci non è sport senza sorprese. A vincere, con sorpresa di tutti, fu il simpatico e irrequieto spagnolo Paco Ochoa, saettante come mai, per cui i due cugini Gustavo e Rolando si dovettero accontentare dell’argento e del bronzo.
Una osservazione curiosa e a distanza per me ancora incomprensibile è la rinuncia del Coni di inviare in Giappone una squadra al femminile per cui due giovani prossime campionesse, Clotilde Fasolis e Beba Schranz abbandonarono per protesta l’agonismo. Stupenda invece fu la vittoria nello slittino a coppie degli altoatesini Paul Hildgartner e Walter Plackner. Rimangono nel cuore innumerevoli momenti di un’atmosfera diversa: sole alle 8 del mattino, pioggia alle 9, neve alle 10 e poi ancora sole. Eravamo sul livello del mare. Serietà negli impegni: per la discesa, ad esempio, fu costruita una funivia su un monte a qualche chilometro da Sapporo con l’impegno di smontarla a gara ultimata. Il luogo era quasi deserto, la natura veramente bella, non riuscivo a capire quale danno procurasse una funivia che portava sciatori e turisti a godersi anche un bellissimo panorama. Forse non lo si crederà, ma due ore dopo l’arrivo dell’ultimo concorrente giunsero gli operai e cominciarono a smontare!
Memorabile l’entusiasmo al salto dal trampolino dove il Giappone ebbe clamori e onori. Sul podio, infatti, per oro, argento e bronzo salirono tre giapponesi e i clamori della folla, le urla ordinate e i cori gioiosi rimbombano ancora nelle mie orecchie anche se non pochi giapponesi commentavano: «Questo non è sci, quelli sono saltimbanchi da circo». Banzai!