Sarà anche un «ciccione» ma è sempre il Fenomeno

Claudio De Carli

Lo conosciamo quel doppio triplo quadruplo passo di Luis Nazario, è quello che mette giù Marchegiani a Parigi nella finale Uefa del ’98, lo stesso di due anni dopo all’Olimpico nell’andata di finale di coppa Italia contro la Lazio. Ieri quel giro di gambe attorno al pallone ha definitivamente mandato in analisi Richard Kingston, alias Farouk Gursay, il portiere del Ghana che a seconda di quale parte del mondo frequenti, ha un nome diverso: quindicesimo gol al Mondiale di Ronaldo, mai nessuno meglio di lui, mai nessuno criticato come lui.
El Gordo ha segnato con quel girovita che mette paura, come ogni volta che appoggia quel ginocchio sull’erba, o scende dalla scaletta di un aereo. Sei grande quando i tifosi non ti ricordano solo per un gol spettacolare, diventi un grande quando la gente si ricorda delle tue lacrime mentre tieni in mano un ginocchio finito un’altra volta in mille pezzi o quando sei su una panchina nel giorno scelto per il trionfo e invece ti hanno sostituito.
Escluse le reti in amichevole, Ronie è arrivato a 340 gol fra campionati coppe e nazionale, ai suoi agiografi le correzioni del caso, ai suoi estimatori la scelta delle più belle. Non si ricorda di un litigio serio in campo o fuori, non si ricorda di frasi sprezzanti o soltanto maleducate verso un avversario, neppure verso Diego Simeone o Hector Cuper che non lo amavano alla grandissima. Tutta gente che lo avrebbe visto volentieri seduto fuori della sua casa di Bento Ribeiro con il tetto di latta e gli incisivi che gli schizzano fuori come due tinche. Eppure sparare su Ronie piace, tira: chiude le discoteche, frequenta le maison, se la fa con ragazzine. Ronie un giorno disse che poteva anche succedergli di farsi la pipì addosso, stava spiegando che alla fine era uno come tanti.
Il 22 settembre fa trent’anni, nel passato o in circolazione non c’è niente di meglio, con tutto il rispetto per Just Fontaine e Gerd Muller, o per Miroslav Klose e Luca Toni, goleador di razza ma lontani da Ronie, gol in tre edizioni diverse del mondiale non è un trucco per arrivare primi, è il timbro sulla carriera, se non sei capace non ci arrivi.
Gli manca il colpo di testa? Memoria corta, il dodicesimo gol segnato contro il Giappone lo ha fatto con la pelata senza bisogno di staccarsi troppo dal prato, se sai dove va il pallone devi solo aspettarlo.
Qualcuno ricorda il gol che ha seccato Oliver Kahn nella finale di Yokohama? O quello alla Turchia? Una puntata. Perfino negli oratori ti inchiodano se segni di punta, lui ci ha vinto un mondiale, rubando il tempo a Rustu.
Ma non c’è bisogno di andare indieto di quattro anni, provate a fare il doppio passo palla al piede con ottanta chili addosso, anche novanta. Eppure anche il presidente Lula si sta chiedendo se per caso Ronie è troppo grasso per giocare ancora a calcio in questo Brasile. Un Brasile che senza Ronaldo sarebbe poco più che una Colombia, a rischio perpetuo.
Adesso Ronie sta tentando la terza fuga della sua vita, dopo Barcellona e Milano, via da Madrid. Forse va in America, magari torna a San Siro, comunque rimane lì nella metà campo degli altri a fiutare l’unica palla decente che gli arriva, battezzarla e far chinare la testa ai suoi avversari. Gliene basta una, magari quella che gli arriva da Pagliuca da un rinvio.
C’era chi scommetteva che gli sarebbero bastati tre allenamenti seri e un’amichevole per tornare il vecchio Ronie. Ha mostrato a tutto il mondo che è proprio così. Non serve correre e fare i piegamenti se ti chiami Ronie, basta una palla sporca, a lui a volte basta il nome per andare in vantaggio.