«Sarà una campagna sporca, peggio di quella del 2004»

«Contro Barack gioca la questione razziale, contro John l’eredità di Bush. E i due fronti si combatteranno senza esclusione di colpi»

«Il momento è storico per l'America, ma ora prepariamoci a una campagna elettorale durissima, molto più sporca di quella tra Bush e Kerry del 2004». E di campagne presidenziali Michael Carmichael, celebrato stratega politico Usa, se ne intende: ne ha condotte ben cinque, l'ultima con Bill Clinton. Oggi, sebbene non abbia incarichi ufficiali, sostiene Barack Obama e in questa intervista al Giornale delinea gli scenari per i prossimi mesi.
Quali saranno i temi decisivi del duello tra Obama e McCain?
«Direi due: la questione razziale e l’eredità di Bush, la prima gioca a sfavore del candidato democratico, la seconda di quello repubblicano».
Vuol dire che l’America non è pronta ad avere un presidente nero?
«Il fatto che Barack abbia ottenuto la nomination è un fatto epocale, paragonabile alla vittoria di Lincoln, che abolì la schiavitù. L’America ha fatto progressi enormi, tuttavia esiste un elettorato molto tradizionalista, in Stati come West Virginia, Kentucky e in genere quelli del Sud, dove persiste una certa animosità razziale. Il rischio è che Obama perda solo per il colore della pelle».
McCain non ha mai amato Bush, perché rischia di passare per il suo erede?
«Perché di fatto i suoi programmi sono molti simili a quelli del presidente uscente e su alcune decisioni cruciali, come la guerra in Irak, non si è distanziato, al contrario. Obama farà di tutto per far passare il messaggio che una vittoria di McCain equivarrebbe a un terzo mandato di Bush, che la grande maggioranza degli americani non vuole. Non è un caso che il senatore dell’Arizona poche ore fa abbia preso nettamente le distanze dalla Casa Bianca».
Lei dice che la campagna sarà sporca, ma Obama e McCain hanno reputazione di politici corretti, com’è possibile?
«È vero, lo sono entrambi, ma la guerra sotterranea verrà combattuta dai gruppi che sostengono l’uno e l’altro, spesso all’insaputa degli stessi candidati. Diranno che Obama in realtà è un musulmano, insisteranno sul reverendo Wright; McCain verrà descritto da un lato come un neocon, dall’altro come un flip-flop ovvero come una persona ondivaga, insicura, incoerente. I tentativi di diffamazione saranno pesantissimi, soprattutto da parte repubblicana».
Perché un personaggio assai controverso come l’ex stratega di Bush, Karl Rove, dietro le quinte lavora per McCain?
«Certo, ma non solo. I repubblicani sono al potere da otto anni e hanno interessi da difendere e segreti da nascondere, Obama invece è più libero: essere un volto nuovo e partire dall’opposizione rappresenta un vantaggio».
Troppo nuovo? Quanto conterà il fattore età?
«C’è chi dice che Obama è troppo giovane, ma ha 46 anni, John Fitzgerald Kennedy ne aveva 43 quando fu eletto. D’altro canto non credo che i 71 anni di McCain rappresentino un problema, come non lo furono i 69 di Reagan ed è giusto che sia così».
E allora peserà l’esperienza?
«Tutti dicono: McCain è più affidabile perché più esperto e collaudato, ma l’America di oggi chiede rottura con il passato, sia in politica estera sia sulle questioni economiche e interne. Il lungo curriculum di McCain rischia di trasformarsi in un handicap per lui, di farlo passare per un uomo del sistema».
Ma il suo programma è chiaro, mentre le intenzioni di Obama rappresentano un’incognita...
«I punti cruciali di Obama sono noti: ritiro dall’Irak, una politica estera più prudente, una politica economica che finalmente privilegia la classe media e quelle più disagiate. Infine, un taglio netto alla burocrazia. McCain invece insiste con la consueta ricetta repubblicana. Il cambiamento contro la continuità, la sfida è tutta qui».