Sarà l’edilizia a portarci fuori dal tunnel

C’è voluto del bello e del buono ma alla fine il Presidente del Consiglio ha vinto ogni resistenza. Il piano casa è la prima grande risposta ad una crisi economica ingravescente che sinora si è limitata a colpire la ricchezza patrimoniale delle famiglie (il crollo delle Borse) ma non ha ancora colpito i redditi. Lo farà quando nei prossimi mesi la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e la progressiva caduta dei consumi morderà la carne viva delle famiglie. Siamo stati tra i pochi che abbiamo detto a metà dello scorso anno che la recessione galoppava in Italia a passi spediti e il 2008 ha chiuso, infatti, con una crescita negativa dell’1%. Non eravamo indovini ma avevamo denunciato per tempo gli errori della politica di Tommaso Padoa-Schioppa e usando correttamente il pallottoliere il risultato che ne veniva fuori era una drammatica caduta della crescita sin dal primo trimestre del 2008. E così è stato anche per gli altri trimestri per cui mentre i Paesi della zona euro nel 2008 sono cresciuti dello 0,7% noi abbiamo lasciato sul campo un punto di Pil raddoppiando, così, quella differenza tra noi e l’Europa del tasso di crescita che da oltre 12 anni opprime il nostro Paese. E come fummo «indovini» lo scorso anno oggi, diciamo con grande preoccupazione essendo già trascorso il primo trimestre che la recessione italiana marcia nel 2009 verso il 4% e oltre. Ciò che abbiamo chiesto invano per mesi e cioè forti stimoli all’economia, oggi il governo lo realizza in pieno sia con misure difensive dei redditi da lavoro dipendente (i 9 miliardi per gli ammortizzatori sociali) sia con misure espansive quali i 17 miliardi per le grandi infrastrutture e il prossimo piano casa. Per quest’ultimo, in realtà si tratta di mobilitare una grande ricchezza privata al servizio di una politica edilizia tesa a garantire tra l’altro un aumento degli spazi di vivibilità degli oltre il 50% degli italiani che sono proprietari di casa (la statistica parla dell’82-83%). Parlare del provvedimento senza averlo letto è un errore che non facciamo mai. Quel che temiamo è che possa essere da un lato portatore di una anarchia edilizia e dall’altro di una timidezza che vanificherebbe non poco l’impatto economico espansivo. E ci spieghiamo. La grande operazione che vediamo, anche con il ruolo attivo dei comuni, è la demolizione e la sostituzione di palazzi senza qualità e senza valore storico nella stessa area di sedime ma recuperando, attraverso gli incentivi volumetrici e funzionali, a mo’ di esempio, un piano sotterraneo per parcheggi e un piano terra commerciale e due o tre piani in altezza con l’obiettivo di trasformare quartieri dormitori in un pezzo di città integrata con residenze e servizi. Nei casi di condomini numerosi si presuppone naturalmente l’accordo di tutti cementato dall’aumento di valore (gli incentivi volumetrici), le agevolazioni fiscali (Iva innanzitutto), e accesso rapido ai finanziamenti necessari. Più semplice e più rapido è il caso di case singole dove l’incremento di cubatura sarà il primo a partire. Se si considera che il 1945 e il 1975 (primo anno dell’ingresso di norme antisismiche) sono stati costruiti circa 40 milioni di nuovi vani, sostituire anche solo un quarto avrebbe un impatto economico espansivo del tipo di quello che avemmo nel primo dopoguerra. Non sarà solo l’edilizia, naturalmente, a salvare il Paese che ha bisogno tra l’altro di aiuti fiscali per le piccole e le medie imprese sostenendone innovazione e ricerca, ma essa potrà innescare una domanda di investimenti privati e pubblici capace di avviare un circuito virtuoso con il quale l’Italia farebbe la sua parte per uscire dal tunnel della crisi con minori danni possibili. È finalmente finita l’ubriacatura della finanza creativa e del suo primato e siamo entrati in una stagione in cui industria, edilizia al servizio di città più vivibili, infrastrutture, ricerca e innovazione sono le leve di uno sviluppo economico reale più duraturo e dagli effetti redistributivi più certi e più diffusi.
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