«Sarà stato anche un successo ma non riconosco mio zio»

La nipote prediletta di Giovanni Paolo I critica lo sceneggiato: «Imprecisioni anche sulla morte»

Andrea Tornielli

«Comprendo i motivi del successo del film, ma non posso non dire che per chi ha conosciuto mio zio, l’impressione è abbastanza negativa... non è lui». Pia Luciani Basso, la nipote prediletta di Giovanni Paolo I, ha appena terminato di guardare la seconda puntata della fiction di Raiuno sul «Papa del sorriso» e sta per riordinare i suoi appunti per un commento che sarà pubblicato su amicidipapaluciani.it, il sito Internet diretto da Massimiliano Piovesan che raccoglie dati e testimonianze sul Pontefice veneto.
Che cosa non le va?
«Ci sono degli appunti sostanziali, altri di minor rilievo. L’attore protagonista è molto bravo, ma emerge il solito cliché del Papa buono e semplice, manca invece del tutto la sua incisività. È vero che era umile, che si faceva capire da tutti, che non amava gli orpelli, ma aveva anche una grande forza di carattere: quando aveva preso una decisione, non cambiava idea per niente al mondo. Non a caso mio padre, il fratello del Papa, ama ripetere che Albino era un pugno di ferro in un guanto di velluto».
Nel film però sono ben rappresentate alcune prese di posizione controcorrente, come quella sulla pillola e come il contrasto con il vescovo americano Paul Marcinkus.
«Sì, ma non è stato preso in considerazione neanche uno degli esempi che facevano vedere come lui avesse preso anche decisioni dolorose, come quella di sciogliere la Fuci di Venezia perché si era espressa pubblicamente a favore del divorzio disubbidendo alle indicazioni della Chiesa. Mi sembra che il Luciani della fiction sia un po’ molliccio, mentre io ho conosciuto un prete energico».
Voi parenti avete collaborato alla realizzazione?
«No, non siamo stati consultati. Forse qualche cosa avremmo potuto dirla. La scena in cui lui chiede al padre di poter entrare in seminario e ne riceve prima un rifiuto, non è vera. Mio nonno infatti era all’estero a lavorare. Albino glielo chiese per lettera e ogni mattina, fin dal giorno dopo averla spedita, andava all’ufficio postale per vedere se arrivava la risposta. Quando arrivò fu una gioia grande: mio nonno disse sí e gli raccomandò di essere sempre vicino ai più deboli».
Qualche altro appunto minore?
«Dispiace che non si vedano mai le montagne: il film è stato girato tutto nella campagna del viterbese, non ci sono le Dolomiti, non ci sono gli abeti dei nostri boschi. Anche la scena di Albino che da ragazzo si perde nel bosco è un po’ fuori luogo: lo conosceva come le sue tasche, sarebbe stato in grado di tornare a casa da solo anche con la nebbia più fitta».
È vero il colloquio di suor Lucia? È vero che gli predisse il pontificato?
«Questo non lo sappiamo, perché lo zio non parlò con noi di ciò che gli aveva detto la veggente di Fatima. Ma è certo che quell’incontro lo aveva molto turbato».
Nel film si ha l’impressione che Luciani accetti il pontificato sapendo di dover morire subito.
«Noi che lo abbiamo incontrato non avevamo avuto questa impressione. Ma col senno di poi, se ripenso all’ultimo incontro e al fatto che non mi aveva voluto lasciar andar via senza darmi una medaglia della Vergine di Guadalupe, detta la “Morena”, per la mia primogenita che porta quel nome, qualche dubbio ce l’ho...».
Nella fiction si vede il Papa colpito più volte da leggeri attacchi di cuore. Cosa c’è di vero?
«Niente. Non risulta che abbia avuto queste avvisaglie. Dispiace poi di sentir dire dall’attore che interpreta il segretario, quella frase: “Mi fido poco di suor Vincenza”, come se la religiosa che accudiva mio zio non lo avesse curato a dovere. Se avesse avuto qualche sintomo, anche minimo, lei avrebbe chiamato il medico, come faceva sempre. Nell’ultima parte, il film risente troppo dell’impronta unilaterale del segretario don Diego Lorenzi, che la sera della morte di mio zio, tra l’altro, non era neanche nell’appartamento pontificio».