Sarah la slalomista hippy, a Vancouver con una colletta

È arrivata in camper col marito messicano: "Ero nella squadra B per un
infortunio, ho raccolto il necessario su internet". Gli Usa le pagano solo tecnici e skiman

Ha una nuvola bionda di ricci che è un miracolo far entrare nel casco, un bimbo bello e paffuto che si chiama Lasse come il grande Kjus e un marito messicano conosciuto facendo surf. Era il 2008 e Sarah Schleper si stava riprendendo dall'ennesimo infortunio in carriera surfando le onde maya del Caribe. «Cross training» lo chiama lei, ricordando che per sciare bene occorre anche praticare altri sport. Colpo di fortuna, pensano gli altri: perché per Sarah quell'incidente, quella vacanza e quel programma originale di riabilitazione in riva al mare hanno significato un netto cambio di rotta e una seconda manche nella vita. Incidente, amore, matrimonio e figlio l’hanno riportata in sole due stagioni sulla cresta dell'onda, non dell'oceano ma del circo bianco.

Adesso è fra le migliori interpreti americane delle discipline tecniche: sarà in pista domani nel gigante, ma soprattutto venerdì nello speciale ed è l'unica mamma a cui sia riuscito con successo il ritorno in gara dopo pannolini e biberon anche se il sogno di correre questa Olimpiade - la quarta per lei - poteva non diventare realtà. Non per i risultati, ma per una questione di budget.

Lei, che vanta una sola vittoria in Coppa nel 2005, nello slalom di Lenzerheide, oltre a numerosi piazzamenti nella top ten, prima e dopo l'arrivo di Lasse, era riuscita nel 2009 a rientrare in squadra B, ma per avere l'intera copertura finanziaria gli americani utilizzano la meritocrazia come un dogma: «Con la squadra B ho l'assistenza di allenatori, fisioterapisti e ski man, ma devo pensare a voli aerei, vitto ed alloggio», scrive Sarah sul suo Blog dove campeggia una singolare richiesta di aiuto. «Andiamo a Vancouver» è la sintesi della sua colletta via web, con la quale si è lanciata nella stagione olimpica. Per carità, nessun vezzo, nessun lusso. Solo un piccolo aiuto, dato che quel benedetto risultato per passare in squadra A è arrivato sì, ma solo dopo Natale, con il quinto posto nello slalom di Lienz. A stagione già avviata, Sarah intanto aveva già dovuto pensare a tutto e non solo per sé, ma anche per il pupo e per il marito, che in pista la seguono sempre.

La sua storia è un po' hippy: cresce senza mamma, con due fratelli, uno musicista, l'altro sciatore, e il papà a Vail, in Colorado, nel tempio dello sci. Nel 1999 la prima occasione di mettersi in mostra nei Mondiali in casa: ma s'infortuna. Cinque anni dopo arriva la prima vittoria in Coppa del mondo, poco dopo però si infortuna di nuovo, e in quell'anno forzatamente senza sci, s'innamora, si sposa, gira l'America in camper e, con l'arrivo di Lasse, non si ferma ma crea un team di affetti che le danno la motivazione per ripartire alla volta del suo quarto sogno olimpico. Ed eccola qui, Sarah, un po' rasta, un po' medusa, con la sua filosofia giovane e attenta all'ambiente, il suo grido al cancelletto di partenza che fa il giro del mondo e al parterre l'abbraccio del suo Lasse: «Forse diventerà uno sciatore messicano».