SARAJEVO Proibito guardarsi indietro

Fuori dalla città campagne devastate dove ancora non sono stati identificati tutti i caduti

da Sarajevo
«Enjoy Sarajevo». Siamo negli anni a cavallo tra il 1992-93. Mentre la città muore sotto i colpi dell’aggressione armata, gli artisti del Gruppo Trio ridisegnano in chiave ironica il logo della Coca-Cola, della Campbell Soup o dell’Urlo di Munch per dire al mondo che non si arrendono. Dipingono poster dissacranti e manifesti scherzosi contro la guerra. In realtà è solo un pianto sofisticato inviato a una comunità internazionale indifferente che permette la distruzione di una città civile nel cuore dell’Europa.
Il 19 marzo di dieci anni fa finiva il più lungo assedio della storia moderna con un bilancio di undicimila morti, di cui 1650 bambini in una città di quattrocentomila abitanti. Da allora la vita ha ripreso a scorrere ma niente è come prima. I ragazzi di Sarajevo detestano piangersi addosso e la retorica del dolore. Guardano con sarcasmo quel turismo piagnone che all’insegna del singhiozzo si mette a caccia di emozioni forti e aborriscono quei giornalisti smercia-lacrime disposti a tutto per uno scoop (anche finto). Sarajevo porta ancora i segni delle granate. È stata ricostruita in fretta e furia ma continua a essere un cantiere. L’antico borgo dei commerci Bašcaršija ha ripreso a scintillare con i suoi minareti, i negozietti di paccottiglia e le botteghe di oro e gioielli. I ragazzi di Sarajevo guardano avanti. La loro perseveranza ha del miracoloso. Sanno che non possono mettere a posto il mondo ma provano a dare un contributo allo sviluppo di un Paese ridotto a un Sahara economico. Sono colti, parlano diverse lingue, sono forti lettori. La cultura è qualcosa da difendere, così è stato anche durante l’assedio, come quando i sarajeviti si rifugiavano negli scantinati per continuare a stampare giornali, fare musica e buona letteratura.
Nello stesso modo in cui il Dadaismo storico attraversò criticamente la carneficina della prima guerra mondiale, gli artisti bosniaci non hanno mai abbassato la guardia. Oggi alla sera le strade e i caffè si animano di giovani, i teatri registrano il tutto esaurito, le mostre hanno sempre successo. Il film Grbavica della bosniaca Jasmila Zbanic, premiato con l’Orso d’Oro a Berlino, dimostra che arte e cultura si possono anche esportare. Da un paio di settimane è stato inaugurato un nuovo museo dedicato al periodo austroungarico, il Museo della Città, che sorge là dove fu ucciso Francesco Ferdinando d’Austria per mano di Gavrilo Princip, bogomilo del fanatismo panserbo. L’apertura è stata possibile grazie all’entusiasmo dei cittadini che hanno donato oggetti e cimeli personali. La ricostruzione delle coscienze parte anche da gesti come questi. «I nostri ragazzi escono dalla scuola con un livello d’istruzione molto alto - afferma Kanita Focak, architetto e interprete - ma poi non riescono a trovare un lavoro adeguato alla loro preparazione». Uno stipendio medio oscilla tra i 200 e 300 euro; un medico ne guadagna circa 600. Che la migliore generazione di Bosnia se ne sia andata è un dato di fatto e l’élite politica fa poco o nulla per incoraggiarne il rientro. Zoran Herceg ha 27 anni ed è ritornato dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Oggi vive a Sarajevo, produce video animazioni e collabora con alcune riviste bosniache. Le sue vignette appaiono regolarmente sui magazine croati di cultura giovanile Zuk. «Ho deciso di ritornare tenendo comunque sempre le porte aperte con l’Italia - racconta -. I miei coetanei sono spesso apatici. Bisogna rivitalizzare l’atmosfera, soprattutto per quanto riguarda la politica». Zoran fa parte del movimento Dosta! (Basta!), che ogni sabato si raduna davanti al Parlamento per poi sfilare lungo le vie della città e invitare tutti a partecipare al dibattito politico. La canzone più ascoltata del momento è Minimalizan del gruppo Letu Štuke, un inno contro quella che molti giovani considerano una classe dirigente rozza, arricchitasi con la guerra e priva di sensibilità culturale.
La Bosnia non è tuttavia soltanto Sarajevo e cultura. Esci dal cuore orgoglioso della città e iniziano le campagne depresse in attesa di una ricostruzione che non arriva. È la Bosnia dei villaggi abbandonati, delle infinite campagne costellate da piccole lapidi bianche e da gente contadina che ancora non si dà pace per quanto è accaduto. Arrivano a piccoli gruppi di due o tre alla volta e si mettono in fila. Siamo a Tuzla, alle porte della cittadina bosniaca che vede sfilare le madri di Srebrenica, la «città dell'argento» (srebro), oggi fantasma, e degli oltre settemila musulmani uccisi dalle schiere del generale serbo Ratko Mladic e dove i pochi Caschi Blu non sono stati all’altezza del compito. Sono le madri che l’11 di ogni mese si riuniscono per cercare di dare un senso alla propria esistenza. A dieci anni dalla fine della guerra non sanno ancora, e forse non sapranno mai, dove sono finiti i loro uomini e i loro ragazzi. Hanno occhi spenti, terribili, risucchiati nel buco nero di una disperazione che non ha limite. Alcune di loro sono state stuprate e costrette a partorire i figli imposti dalla violenza. In una mano tengono le foto dei loro desaparecidos, nell’altra una striscia di fazzoletti colorati con i nomi e le date di nascita: Salhic Muhamed, 1978; Suljagig Asim, 1950; Husic Mehmed, 1932; Osmanovic Ismet, 1975. Quest’ultimo oggi avrebbe poco più di trent’anni.
Il processo d’identificazione dei corpi non è ancora finito, ma è lento e costoso. Dipende dalle donazioni e dai finanziamenti dall’estero e non consente errori. I fortunati che potranno dare un nome a un mucchio di ossa dovranno compiere un ultimo sforzo per mettersi il cuore in pace: l’acquisto di una lapide bianca, la più economica, oggi costa circa 600 euro, l’equivalente di tre stipendi. Difficile capire fino in fondo gli strascichi di questa complessa guerra fratricida e incontrollabile, priva di codici d’onore e dove in molti, Occidente compreso, hanno avuto i loro bravi interessi a tenere la tensione alta in un’ex Jugoslavia sempre più slogata nelle sue secolari fratture. «I criminali sono ovunque e hanno un nome e un cognome - afferma secca Hatidza Mehemedovic, presidente dell’Associazione delle Madri di Srebrenica, che ha perso due fratelli, due figli, il marito e diversi cugini -. Resta il fatto che le milizie serbe hanno attaccato una popolazione inerme». Da queste parti è rischioso relativizzare le colpe: la condanna dell’Onu e della comunità internazionale è irrevocabile. Hanno affermato che l’iniziativa di aprire le ostilità è venuta dalla Serbia mentre quest’ultima asserisce di aver reagito in seguito al distacco degli altri Stati federati. La questione ancora oggi fa bollire gli animi. E in questi giorni ci si è messo pure il Montenegro. Quel che è certo è che sono molti i civili serbi che non hanno aderito alle politiche criminali di Milosevic e dei suoi complici. «Belgrado era in preda a uno stress post-bellico che ha causato un enorme aumento della vendita di benzedrina e tranquillanti», scrive Dušan Velickovic in Casablanca serba a cura di Nicole Janigro (Feltrinelli). Come dire, piangono anche le madri serbe e la guerra non piace a nessuno. Anche se a soffrire di più - se esiste una classifica del dolore - sono stati i bosniaci musulmani, tra i più laici dell’Islam, contestati e irrisi nella loro identità tanto dai serbi quanto dai croati, e non da ieri. Non sono in pochi coloro che oggi paventano un Islam nuovo, tutt’altro che moderato, nato dopo la guerra e alimentato da un lato dalla milizia musulmana che ha fronteggiato le tigri di Arkan e dall'altro dall’Iran che mira a coltivare i propri interessi.
Finita la Jugoslavia del sogno romantico dell’Ottocento, della monarchia, dell’epoca titina, quel che resta è il futuro. Eppure era un luogo divertente, con tanti matrimoni misti, gente geniale e balcanicamente fantasiosa: una Bosnia criptica e segreta, dalle periferie pietrificate e dalle sporadiche realtà metropolitane, dove serbi, croati, sloveni, macedoni, ortodossi, ebrei e musulmani si frequentavano davanti a una tazza di granuloso caffè alla turca in un mappamondo cromosomico paragonabile a quella saporita bosanski lonac che è la minestra bosniaca a base di carne, cavoli e un po’ di tutto. Intanto i negoziati per far entrare la vicina Croazia nell’Unione Europea sono avviati.