Saranno gli arabi a decidere per Israele

La conferenza annuale di Herzlia è l’avvenimento politico-economico più importante di Israele. Qui due anni fa Sharon stupi il mondo politico annunciando la sua decisione di ritirarsi unilateralmente da Gaza. Qui Netanyahu, ministro delle Finanze di Sharon, lanciò un piano che rimise in sesto l’economia ma gli fece perdere la speranza di ridiventare primo ministro per i suoi brutali tagli ai servizi sociali e all’educazione. Quest’anno l’oratore piu atteso era Ehud Olmert, premier ad interim a causa della malattia di Sharon, nelle cui «scarpe» doveva dimostrare di saper entrare come nuovo capo del partito Kadima.
Olmert non ha sorpreso nessuno ripetendo che le frontiere definitive di Israele dovranno essere determinate da considerazioni demografiche limitando il controllo su larghe «fette» di popolazione palestinese; che Israele resta fedele alla Road Map inclusa la creazione di uno Stato palestinese con «frontiere temporanee» a condizione che esso metta fine al terrore; che è pronto a riprendere i negoziati con l’Autorità palestinese ma a prendere decisioni unilaterali se essa si rivela un interlocutore inaffidabile. Insomma le idee di Sharon, ma senza il suo carisma. Ma queste non erano le preoccupazioni dei convenuti alla Conferenza. La prima era il pericolo rappresentato dall’Iran nei confronti del quale è evidente che la condotta israeliana è allineata, per non dire sottomessa, a quella di Washington. Israele è pronto ad ogni evenienza, non può permettere che un Paese che dichiara di volerlo distruggere possegga la bomba atomica ma non può prendere alcuna iniziativa e i suoi esperti restano divisi persino su quando l’Iran sarà in grado di possedere un’arma nucleare. Dietro a questo discorso se ne celava un altro non meno importante: il fatto che l’Iran disponga oggi attraverso l’organizzazione terroristica islamica libanese Hezbollah di una frontiera diretta con Israele e l’ultimo bombardamento missilistico sulla Galilea invita a non pensare troppo all’atomica iraniana quando il Paese è sotto il tiro di missili iraniani dal Libano. La seconda preoccupazione erano le elezioni palestinesi. La convinzione generale è che comunque vadano Israele dovrà far fronte a una ripresa del terrorismo (e persino all’eventualità di un ritorno in forze a Gaza). Hamas che considera una percentuale del 35% di voti a suo favore «una sconfitta» rilancerà l’offensiva.
Esaltato dalla campagna elettorale, di fronte a un avversario screditato come al Fatah, a un presidente palestinese pavido, con militanti integralisti che secondo i servizi segreti israeliani valgono cinque poliziotti palestinesi, il partito islamico non può permettersi di venir meno ai suoi impegni elettorali contro Israele. Si è impegnato a non mantenere la tregua dopo le elezioni, è cosciente che i successi d’intelligence israeliana contro la Jihad Islamica (suo concorrente) sono dovuti non poco alla cooperazione con i servizi di sicurezza dell’Autorità palestinese. Accettare una trattativa con Israele in seconda posizione, dietro l’Autorità palestinese, equivarrebbe a un suicidio politico. Combattere Israele, soprattutto se questa offensiva viene presentata come parte della lotta per «ripulire» la Palestina dalla corruzione di al Fatah, è un modo di allargare il successo elettorale. Su questa eventualità Olmert non poteva fare pronostici e come tutto «l’Israele che conta», doveva ammettere che una volta di più sono gli arabi, non la sua potenza militare ed economica, a determinare la sua politica.