Saranno il rock afghano e le boy band a sgominare i talebani

Il cantante Fahrad Darya riempie gli stadi e i Kabul Dreams suonano tra le macerie. Il silenzio imposto dai fondamentalisti ha i giorni contati<br />

Persone in viaggio, a migliaia. Si spostano per strade piene di buche e per i sentieri tortuosi della provincia di Helmand, nell’Afghanistan meridionale, a sud ovest di Kabul. Scendono dalle montagne verso lo stadio di Lashkar Gah, quello dove una volta i Talebani organizzavano le loro truci esecuzioni pubbliche. Questa volta però non è gente in fuga o in procinto di festeggiare la brutta morte di qualcun altro. Sono i fans di Fahrad Darya quello che viene chiamato The Afghan Elvis, il cantante più famoso tra le valli ai piedi dell’Indukush, quello le cui canzonette - la cosa Italia più simile potrebbe essere il Mario Merola di Guapperia - vengono canticchiate anche dalle signorine costrette ad andarsene in giro con un burqa calato sulla testa.
E se il tour di Fahrad Darya, che ha avuto il suo momento clou proprio allo stadio Karzai di Lashkar Gah con più di cinquemila persone che battevano il piedino su ritmi arabeggianti a fine novembre, guardato con occhi occidentali è poca cosa per l’Afghanistan, si tratta di un avvenimento epocale. I talebani vietavano la musica in ogni sua forma, guai a farsi beccare con una radiolina, ad ascoltare le cattive note del demonio: ad essere fortunati si finiva sbattuti in galera dopo una scarica di legnate. A molti è andata peggio anche dopo l’abbattimento del regime dei mullah: ancora nel 2007 era aperta la caccia ai suonatori di Dohl, uno strumento che fa parte della storia afghana da secoli e secoli e viene suonato ai matrimoni. Quelli che venivano catturati venivano lapidati. Adesso il successo di Fahrad Darya racconta un paese diverso, che ha voglia di ballare, di essere normale. E se allo stadio Karzai gli spettatori erano quasi tutti uomini, Darya fa anche spettacoli riservati alle donne o almeno riserva alle donne uno spazio separato nei concerti. Non sarà Woodstock ma visto che in Italia capita di avere a che fare con imam che pretendono di tappare le orecchie alla figlia durante l’ora di musica bisogna ammettere che per un Paese che viene da una dittatura islamica dove si polverizzavano le statue dei buddha...
Fahrad Darya rappresenta la tradizione, la musica prodotta in esilio a partire dagli anni Ottanta, che nelle sue tracce musicali contamina le sonorità occidentali con melodie molto più tradizionali - da noi lo fecero i Carosone. Ma esistono gruppi molto più aggressivi che puntano direttamente all’indie-rock. Un esempio per tutti: i Kabul Dreams che hanno iniziato ad avere un certo successo a partite proprio da quest’anno (sono nati dal febbraio 2009). Il trio è il simbolo vivente della multietnicità del Paese: un uzbeko, un tagiko e un pashtun che suonano e cantano in inglese sulle macerie dei palazzi bombardati a Kabul. Tutti e tre hanno una storia fatta di guerra, fughe all’estero e sogni. La loro idea guida far conoscere anche fuori dall’Afghanistan «la voce e i sogni dei giovani afgani attraverso la nostra musica». Il cantante Sulieman Qardash, il bassista Siddique Ahmad e il batterista Mujtaba Habibi quindi per i Taleban non solo cantano la musica del demonio ma lo fanno usando la lingua per eccellenza degli invasori: li sterminerebbero volentieri. Tanto più che per età e modo di fare appartengono a una generazione per cui la musica è già qualcosa che vive sui social network (e per gli integralisti qui non basta più nemmeno l’inferno): su Facebook i loro fan sono più di 3mila e Sound of Peace & Love, una delle canzoni più popolari è stata ascoltata migliaia di volte.
Ma restando alle note e ai video della band: bretelle da emo e occhialoni hipster potrebbero essere quelle di una qualsiasi boy band europea o americana, ritmiche e riff idem. La differenza è tutta nei piloni di cemento armato, nei palazzi distrutti su cui i Kabul Dreams poggiano le loro scarpe da fighetti. Ogni loro mossa che altrove sarebbe solo posa scema in quel contesto è un attacco ai tradizionalisti e una buona scusa per beccarsi un proiettile in fronte. E sorte non molto diversa potrebbe essere riservata al rapper Dj-besho che, anche se a volte usa addirittura frasi del Corano nei suoi talk, per l’afghano medio è praticamente un marziano culturale. Da noi sarebbe un ragazzo senza grilli per la testa, di quelli che fanno il rap biblico per Famiglia Cristiana qui è più pericoloso dei caccia della Nato. Infatti sono le persone che al concerto battono il piedino che segneranno la vera fine dei talebani. Perché? Perché loro sono rock mentre i talebani non sono nemmeno lenti, sono muti.