Saras, niente extra-dividendo: la Borsa boccia il bilancio 2007

da Milano

Il mercato boccia il bilancio di Saras. Il titolo della società petrolifera della famiglia Moratti ieri in Borsa è scivolato del 4,9% a 3,32 euro dopo aver annunciato un 2007 sotto le attese degli analisti. Nonostante il caro petrolio, i margini di raffinazione nel 2007 sono rimasti deboli e Saras ha chiuso l’anno con un utile netto (aggiustato dalle componenti straordinarie) in miglioramento solo del 3% a 250 milioni di euro mentre i ricavi sono cresciuti in maniera più sostenuta (+5%) a 6,6 miliardi.
Sono rimasti a bocca asciutta gli investitori che avevano scommesso su un dividendo straordinario. Il gruppo distribuirà ai suoi azionisti solo 17 centesimi per azione. «Se non un’extra cedola mi aspettavo almeno 22 centesimi per azione», commenta un analista.
Neppure il profumo di acquisizioni e la prospettiva di un dividendo straordinario il prossimo anno sono bastati ieri a cancellare la delusione sul bilancio. «Abbiamo molti dossier sul tavolo, molte cose cui stiamo guardando», ha detto, durante la presentazione dei risultati, il direttore generale del gruppo Dario Scaffardi. Il manager ha poi escluso la fusione con l’altra italiana Erg. Quanto alla possibilità del riacquisto di azioni proprie o di un dividendo straordinario, il direttore finanziario, Corrado Costanzo, si è detto ottimista ma ha aggiunto: «Rimangono ancora molti se e molti ma».
Saras resta un pessimo investimento per chi, nel maggio 2006 ha sottoscritto le azioni a 6 euro. Il titolo è sempre stato sotto il prezzo di collocamento e da allora ha perso il 45%. Forse qualcosa di più di un investimento sbagliato, tanto che nel gennaio dello scorso anno il pm Luigi Orsi della procura di Milano ha aperto un’indagine. L'ipotesi di reato sarebbe di false comunicazioni al mercato.
Grazie infatti a quei sei euro del prezzo di collocamento, per alcuni osservatori troppo alti, non hanno festeggiato solo i Moratti, ma anche Jp Morgan, responsabile del collocamento insieme con Morgan Stanley. I due fratelli Massimo e Gianmarco con la vendita dei loro titoli hanno messo in tasca 1,7 miliardi di euro, mentre le banche il vero affare lo hanno fatto grazie alle forti oscillazioni del titolo che in fase di collocamento ha fruttato circa 12 milioni a testa. L’indagine resta aperta, anche se alcune fonti dicono che la procura avrebbe spostato la sua attenzione dalla società alle banche.