Il sarcasmo di Bossi: «Casini? E chi è?»

La Lega insorge: «Dice di voler correre da solo? Ma da quando ha fondato il Ccd non è mai stato solo... I centristi sono rimasti fermi agli schemi politici degli anni ’80, il leader resta Silvio»

Adalberto Signore

nostro inviato

a Oleggio (Novara)

È trionfale l’arrivo di Umberto Bossi a Oleggio, piccolo centro a pochi chilometri da Novara. La Lega Nord Piemonte ha organizzato una festa in grande stile e il Capo non è voluto mancare. Il senatùr - riprendendo le vecchie abitudini - arriva che sono quasi le 22, di molto in ritardo rispetto al tabellino di marcia. Camicia bianca a maniche corte, è di ottimo umore e davanti al calorosissimo applauso dei militanti non può che sfoderare un sorriso. Sono saluti affettuosi con il segretario della Lega Piemonte Roberto Cota che lo accoglie all’ingresso e poi con tutti gli altri che lo aspettano a tavola. C’è mezzo stato maggiore del Carroccio, con il segretario del Sinpa Rosy Mauro seduta alla destra di Bossi (è arrivata in macchina con lui), il ministro del Welfare Roberto Maroni alla sua sinistra e Cota di fronte. E più in là c’è pure l’eurodeputato Enrico Speroni.
Il senatùr spilucca qualche patatina fritta, altre gliele ruba la Mauro e si chiama fuori dalle baruffe della politica. «Siamo qua per divertirci», dice. Poi, dopo qualche insistenza sulla questione leadership e sull’intervento di Pier Ferdinando Casini a Telese, rifila una risposta sibillina: «Casini chi?». Guarda Cota, poi la Mauro e tira giù una risata: «Ma Casini chi?». «Risposta eloquente, no?», chiosa il segretario del sindacato padano. La vecchia riunione tra amici può cominciare tra chiacchiere e ricordi. Per Bossi, il suo consueto menu: patatine fritte, salsicce e l’immancabile Coca Cola. Maroni, polo a maniche corte, scarpe da ginnastica, è arrivato accompagnato dalla moglie e dai figli. Con l’Udc e Pier Ferdinando Casini non vorrebbe far polemica, tant’è che a chi gli chiede di un’eventuale modifica della legge elettorale risponde: «È come chiedere a un milanista come ha giocato l’Inter». Poi, però, non si tira indietro: «La leadership per noi non è un problema sul tavolo. Abbiamo una sola alternativa a Silvio Berlusconi e si chiama Berlusconi Silvio. Lunedì il Consiglio federale della Lega si riunirà e formalizzerà questa posizione. Da allora, per noi il discorso è chiuso: non ne vogliamo più sentir parlare e soprattutto non ne parleremo più. Questi sono discorsi da anni Ottanta, prima della rivoluzione della Lega che è targata maggio 1990». Ironizza invece sulla tanto discussa discontinuità richiesta con forza dall’Udc: «Ci spieghino, per favore, cos’è. Abbiano il coraggio di dire che Berlusconi non gli va bene e propongano un’alternativa con nome, cognome e indirizzo». Ma la Lega potrebbe mai sostenere un centrista? «Centristi lo siamo anche noi, prendiamo voti al centro, a sinistra e a destra». Un democristiano? «Non ci interessa, l’ho già detto: da lunedì per noi è questione chiusa». «L’Udc - aggiunge il ministro del Welfare - minaccia di andare da sola alle elezioni? Perfetto, per noi va bene. Lo facciano pure. Vede, noi siamo esperti in questa materia e sappiamo quant’è faticoso correre da soli. Casini non è mai andato da solo, da quando diede vita al Ccd». Laconico, invece, sulla legge elettorale: «È una discussione autolesionista, a noi non interessa. Alla Lega va bene questa legge elettorale». Gli fa eco Cota: «Alla discontinuità rispondiamo con la continuità nel fare gli interessi del Paese». E Casini? «Farebbe più bella figura - dice il sottosegretario alle Attività produttive - a dire che vuole fare il presidente del Consiglio o, magari, qualcos’altro con qualcun altro».
Poi, da Maroni, arriva pure un messaggio a Berlusconi: «Leadership, legge elettorale... queste sono cose che il premier deve lasciare ai democristiani. Non corra dietro a chi vuole creare scompiglio solo per avere qualche seggio in più e pensi alle cose serie. Si occupi del prezzo della benzina che cresce, degli aumenti delle tariffe. Ecco, dopo questi e altri sette-otto punti si può mettere in calendario pure la discussione sulla legge elettorale. Che, sia chiaro, alla Lega non interessa».
Poi tocca finalmente a Bossi ed il suo è un attacco diretto all’Europa con fermata a casa Prodi: «Prendiamo i pullman e andiamo a far sentire la nostra voce in Europa - arringa il senatùr -. Occorrerebbe un politico che battesse forte il pugno sul tavolo dell'Unione europea ma questo purtroppo non c'è. E allora è il popolo che si deve muovere. Stiamo vivendo un periodo difficile per l'economia, un periodo in cui il popolo ha dato la moneta all'Europa ma l'Europa non sta facendo gli interessi delle nostre imprese. Noi vogliamo che l'Unione europea difenda le nostre imprese, dobbiamo organizzare qualcosa. Ad esempio, portiamo le chiavi delle fabbriche che stanno chiudendo qui al Nord al signor Prodi». Bossi chiude qui e se ne va. La festa - forse - è solo cominciata.