«Sarebbe un errore anticipare i tempi Prima discutiamo della cittadinanza»

«In ogni caso non si fanno modifiche senza cambiare la Costituzione»

da Roma

Senatore Gasparri, ancora una volta sul voto agli immigrati si trova su una posizione diversa da quella di Fini.
«Non c’è né sorpresa né scandalo in quello che ha detto Fini: la sua posizione è nota da tempo. Il dibattito su questo tema non l’ha riaperto lui, ma Veltroni che gli ha indirizzato una lettera come presidente della Camera. E mi sembra che la sua risposta sia stata cauta e misurata, attenta alle richieste dell’opposizione, come richiede la sua veste istituzionale, ma in fondo più conservatrice rispetto alle idee espresse in passato».
In che senso?
«Ha detto che si può discutere di voto, ma bisogna anche parlare dei doveri degli immigrati. Insomma, non mi pare un’apertura indiscriminata. Io da sempre sono di idee diverse, ma questo è il suo libero e personale parere».
Citando proprio lei, Berlusconi ha chiuso il dibattito e ha detto che il tema non è nell’agenda del Parlamento.
«Perché è chiaro ancora una volta, dalle tante dichiarazioni contrarie, che i tempi non sono maturi per affrontarlo. Sarebbe un errore. Per noi il voto agli immigrati non è una priorità, non ci sono i numeri e le condizioni in questa legislatura per un tema così complesso».
Fini è dunque isolato nel Pdl?
«Non direi così. Il dibattito sull’argomento è aperto dal ’96: nel primo governo Prodi si voleva introdurre il diritto di voto per gli immigrati con la legge Turco-Napolitano. Io fui tra coloro che contestarono il fatto che si potesse farlo con legge ordinaria: ci vuole una modifica costituzionale, perché la Carta dice che il diritto di voto è riservato ai “cittadini”. E non usa a caso questo termine, vuol dire che la questione è collegata a quella della cittadinanza. Alla fine, la proposta fu stralciata e non si andò avanti per via costituzionale. Ma il tema riemerge ogni tanto, come un fiume carsico».
Per lei voto e cittadinanza vanno insieme.
«Il diritto di voto s’immagina attivo e passivo: come possiamo eleggere, ad esempio, sindaco di una città chi non ne è cittadino? Semmai si può discutere del fatto che prima del ’91 a uno straniero occorrevano 5 anni, e ora 10, per acquisire la cittadinanza, anche se ritengo che vada bene così. Ma per i bambini nati in Italia, che vi risiedono, sono integrati, hanno fatto da noi gli studi, si potrebbe pensare a non aspettare i 18 anni per la cittadinanza. Questa mi sembra l’unica apertura possibile».
Perché Veltroni ora ritira fuori il tema?
«Quando l’attenzione è sull’eclissi del Pd e la mancanza di legittimità del suo segretario, può essere utile a chi è in difficoltà spostare il dibattito su altro. La verità è che neppure la maggioranza di centrosinistra, quando poteva farlo, ha approvato queste norme».
Minniti dice che il governo è diviso.
«Gli rispondo che il governo è al 67 per cento del gradimento ed è tra i più coesi ed efficienti della storia repubblicana. Pensi ai guai del Pd».