«Sarebbe meglio stroncare solo i forti»

Alfonso Berardinelli è, inesorabilmente, il «principe» della critica letteraria in Italia. Serio, autorevole, persino elegante. Uno dei pochi che può scrivere ciò che vuole, quando vuole, sul libro che vuole. Un vero privilegio, di questi tempi. Già firma storica di innumerevoli testate, oggi collabora con Il Foglio (cosa che gli ha procurato parecchie inimicizie - o invidie? - a sinistra), l’inserto culturale del Sole 24 ore e Avvenire.
Berardinelli, è ancora possibile fare critica letteraria sui giornali?
«La possibilità non va esclusa a priori. Però, salvo eccezioni, mi pare che i giornali non vogliano i critici. Né tanto meno un critico ufficiale come un tempo. Perché? Preferiscono i recensori, molti e possibilmente che scrivano recensioni veloci, poco impegnative, poco pagate e scritte per lo più avendo appena annusato i libri. Questo tipo di recensore, dato che si impegna poco, è più facile che prenda ordini dalle redazioni. In realtà, invece, come disse Edmund Wilson, un critico per funzionare dovrebbe essere pagato abbastanza da poter fare solo il lavoro di recensore».
È per questo che ha deciso di passare al Foglio di Giuliano Ferrara?
«Con Il Foglio mi è accaduto per la prima volta di avere totale libertà nella scelta degli argomenti, nella misura dell’articolo e di essere pagato decentemente».
Per questo la accusano di essere un «traditore»: un intellettuale di sinistra che scrive per Berlusconi.
«Ma perché lo dicono solo a me, se Il Foglio è pieno di gente di Sinistra? Forse è un segno particolare di stima... Mi vedo riservato un trattamento speciale, anche se tutti sanno benissimo che tra me e Ferrara non c’è coincidenza di valutazioni politiche. Trovo la sinistra insopportabile, e soprattutto per ragioni culturali, avendo io più sensibilità culturale che politica. Quelle cinque o sei star dell’intellighenzia di sinistra le ho sempre interpretate come fenomeni degenerativi, o puri bluff. E non mi chieda i nomi. Li ho già fatti tante volte...».
Funziona ancora il genere recensione? E la stroncatura?
«Il genere recensione funziona se il critico “fa sul serio”, cioè se ha in mente un’idea forte sulla cultura contemporanea. Non basta capire i singoli libri, dal momento che la letteratura non è mai puro stile. La stroncatura? Sarebbe bene stroncare solo autori e libri così forti e di successo da non nuocere loro. Bisogna avere la passione perversa di contraddire le maggioranze. Accanendosi a dimostrare - cosa impossibile - che una cosa in apparenza bella è in realtà brutta».
La critica letteraria sui giornali può influenzare il mercato editoriale?
«È opinione comune che né i recensori né i critici influenzino davvero il mercato del libro. Anzi, ho la quasi certezza che gli editori scelgano di pubblicare e promuovere soprattutto gli autori giudicati male dai critici, secondo il ragionamento: non piace ai critici quindi avrà un successo di pubblico. Ecco a quale punto è arrivato il discredito generale, e commerciale, che colpisce la critica».
Ma la critica può ancora influenzare le vendite di un libro o creare un caso letterario?
«La critica funziona come pubblicità, solo se è pubblicità. Mi pare che alcuni recensori si stiano specializzando in tecnica pubblicitaria. In un futuro prossimo saranno i più autorevoli e universalmente apprezzati. La critica, come è noto, disturba. Mentre forse la letteratura vuole solo pace».