«Sarei fiero di far tornare Muti»

Milano A tavola, non si ha voglia di discutere: figuratevi con Stéphane Lissner, sovrintendente alla Scala dopo una brillante navigazione nei festival internazionali, conversatore abile, capace anche di farti dire d’accordo. E allora, scendo subito tacitamente a patti. Io sono convintissimo che la Scala sia sempre un teatro unico al mondo. Lui ammetta che adesso deve rinfocolare la propria identità.
«Ma certo. La propria identità va continuamente riconquistata. Io credo che la Scala debba ritrovare pienamente la grande identità della sua storia: quella verso il presente ed il futuro, riconoscendo valori e artisti nuovi col coraggio di proporli, e quella verso il presente e il passato, confermando la grande eredità soprattutto nel repertorio italiano». Lo ascolto. L’ufficialità delle parole sfuma, come una confessione cordiale. Un tocco di cadenza d’Oltralpe, da parigino di felice mezza età, e controllato accortamente: può restare sospeso in «repertòr», ma su «italiano» plana con sicurezza.
«Sono convinto che sia giusto che a dirigere il teatro sia una persona sola. Quando in Italia avete sperimentato il dualismo fra sovrintendente e direttore artistico, che appartenevano di regola a due partiti opposti, credo che si finisse in una specie di compromesso. So anche molto bene che ci deve essere a lavorare, a pensare, a collaborare, una grossa figura di musicista».
Mi pare che ad un tavolo vicino le orecchie di qualcuno si siano aguzzate. Ma invano. «Il primo problema è quello del direttore musicale. L’erede di Abbado e di Muti. Se ce ne fosse uno in cui tutti si riconoscono, a quest’ora sarebbe probabilmente già con noi. È urgente ma non si può sbagliare, si deve poi progettare alla grande. È un teatro complicato. Anche i più bravi fan fatica a lavorare bene. Ci sono troppe pressioni dal di fuori. Mai nella mia professione ho trovato una pressione così. Viene paura di sbagliare, sono tutti preoccupati... Bisognerebbe divertirsi di più, nelle prove, darsi e godere di più, vivere già il clima della recita... Qui invece molte volte si raggiunge la tensione necessaria solo alla prova generale». Lei aspetta già godendo gli spettacoli della prossima stagione? «Ah, sì, quelli già definiti sì. A cominciare dal primo, Carmen. Barenboim ci sta già pensando da tempo. Ha già anche lavorato con quella che sarà quasi certamente la protagonista. Se le facessi il nome, sono sicuro che sarebbe contento anche lei. Ma... riservatezza... E il resto della compagnia, i più bravi, Kofmòn, Schrott... per la regia vogliamo a ragion veduta quella visionaria e sanguigna italiana, Emma Dante». Lissner non ha perduto l’abitudine tutta francese di pronunciare i cognomi come ribattezzandoli là. Gli obietto che avevo sentito dire che Donna José sarebbe stata il tenore Kaufmann, e mi rassicura: «Sì, sì, Kofmòn». Ma non sono sicuro di aver capito bene quando confida d’avere sognato una Lucia di Lammermoor con Netrekò, per confessare come arduo in ogni caso offrire alla Scala prospettive nuove.
«Non che siamo contro la tradizione: sa che nei Due Foscari verrà sul podio il vostro mitico Nello Santì?». Non è l’occasione per domandare anticipazioni privilegiate; il discorso si snoda sulle presenze di grandi nomi: da Gatti che dirigerà Lulù, a Pappano che arriverà finalmente con un’opera italiana, a Chung nell’Idomeneo dove è previsto che ritorni, questa volta in un ruolo più adatto, il tenore Filianoti «che comunque alla fine dell’anteprima di Don Carlo l’abbiamo guardato in faccia, era stravolto, stava male», da Mehta in Wagner ad Alessandrini in Monteverdi «e vedrà che meraviglia il progetto di Bob Wilson».
Abbado? Muti? «Muti è ancora amareggiato per l’orchestra, andrei dovunque a chiedergli di ritornare, ne sarei orgoglioso. Abbado è amareggiato adesso con la città». Già, aspetta prima che piantino 90mila alberi per darle un volto umano... «Mi ha promesso: “Prendi un teatro cinquanta chilometri lontano da Milano e vengo a farti l’inaugurazione”». Penso alla distanza dal teatro degli Arcimboldi, così disagevole: per poco non ci siamo. Poi butto là: e i problemi dell’orchestra e delle masse? Scuote la testa. «Uno solo è veramente intricato, il doppio lavoro di molti professori e artisti del coro. Fra concerti solistici e di gruppo e concerti della Filarmonica, è stata lasciata maturare in passato una situazione non a favore della qualità. Non sono pagati troppo, e lavorano bene. Ma la situazione va ristudiata per armonizzare le esigenze loro e quelle del teatro. E loro sono i primi a capire quanto sia preziosa la qualità della Scala, sapendo come sono accolti e favoriti portandone il nome. E anche la quantità: nel nostro mestiere, bisogna anche mettere d’accordo l’arte con il servizio di chi l’aspetta con amore dalla Scala».