«Saremo ancora più vicini al nostro leader»

Fabrizio de Feo

da Roma

«An è stata sempre unita attorno a Fini e lo sarà ancor di più per andare avanti sulla strada di un partito aperto e moderno». Domenico Nania, presidente dei senatori di An, non ha dubbi: il referendum è alle spalle, il chiarimento dentro Via della Scrofa è ormai avviato.
Presidente Nania, qual è lo stato di salute di An?
«Buono. È stato individuato un percorso comune e condiviso da portare avanti, da ora fino alle prossime elezioni attraverso una serie di passaggi importanti che affidino a tutto il partito il compito di tracciare le tappe. Sono tre i parametri entro i quali dovrà muoversi il partito: la definizione del nuovo soggetto unitario, l’identità di An, la struttura organizzativa del partito stesso».
L’ipotesi di un documento-Alemanno e di un manifesto per ridefinire la piattaforma dei valori esiste ancora?
«L’identità si discute quando qualcuno la mette in discussione. Non credo che in An ci sia chi la mette in discussione».
Per Alemanno e per Mantovano la scelta di Fini sul referendum ha aperto una crepa.
«L’identità si rilancia sempre in relazione al progetto che si vuole portare avanti, ovvero se è di testimonianza o di grande cambiamento della società. Ma su questo avremo modo di confrontarci a luglio nella conferenza programmatica. Ciò che è importante è mettere in evidenza che l’identità e il progetto camminano insieme, specie per An che ha la pretesa di non subire gli avvenimenti ma di orientarli».
Il partito unico fa ancora parte del progetto di An?
«Sì perché il rafforzamento del bipolarismo è una necessità della politica italiana».
L’impegno di Berlusconi a mantenere i simboli dei partiti aiuta An a preservare la propria unità interna?
«Berlusconi ha sottolineato che un percorso unitario è indispensabile e non ha fatto passi indietro. L’orizzonte che sta davanti al centrodestra italiano non è un orizzonte dove ciascuno pro-quota posiziona se stesso ma è un orizzonte unitario dove ciascuna sensibilità politica legge e interpreta il bisogno del Paese. Berlusconi ha solo detto che con questa legge elettorale non conviene presentarsi con una lista unica perché questo agevolerebbe il centrosinistra».
Sta nascendo una concorrenza interna rispetto alla leadership di Fini?
«Se si ritiene esaurita la leadership di Fini dentro An è ovvio che organizzarsi in minoranza diventa fatto consequenziale. Ma c’è chi pensa che ci sia ancora tanta strada da percorrere, registrando vittorie ma anche sconfitte insieme per costruire un soggetto della destra protagonista e non marginale».
Traduco: lei ritiene che con Alemanno An non avrebbe possibilità di crescita?
«Io dico solo che un leader è tale se sente i segnali e i rumori che vengono da lontano e sa parlare anche in nome degli altri. Fino ad oggi Alemanno ha rappresentato molto bene il progetto nel quale ha sempre creduto».
Lei come si troverebbe in una destra gollista e laica, meno legata ai valori cattolici?
«Sull’identità gollista della destra ho ascoltato tanti interventi di Pinuccio Tatarella. Il discorso viene da lontano. Fini credo avverta l’esigenza di rendere la destra politica non un’area di nicchia ma una grande prospettiva per chi vuole guidare il rinnovamento del Paese parlando al grande popolo del centrodestra. Dal mio punto di vista è una prospettiva interessante».
An non rischia di perdere il suo bacino di riferimento?
«Più un partito è radicato e ha una lucida consapevolezza dei valori che lo sorreggono, più sa espandersi e contaminare chi non si riconosce esattamente in quei valori. Serve capacità di ascoltare gli altri e venirgli incontro».
In questa strategia la posizione di Fini sul referendum può essere stata utile ad aprire nuove porte?
«Questo lo dice lei. Io resto fermo al fatto che si è deciso di lasciare libertà di coscienza ai nostri iscritti e quindi l’opinione di Fini è stata l’opinione non del presidente di An ma del signor Gianfranco Fini. E come tale del tutto rispettabile».

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