Sarkò, addio alla vecchia Francia e al politically correct

«La sua vittoria incarna la sfida più spregiudicata e radicale al Paese del compromesso mitterrandiano»

Ora che ha vinto ed è stato scelto dai vecchi novueaux phipolsophes e la Madonna dei vittimismi ha peggiorato le condizioni di salute dei socialisti, ora che nella sinistra italiana è finito il tempo della simpatia per quelli che andavano appiccicando gli adesivi Tout sauf Sarkozy e appiccando incendi dialettici nella Francia delle presidenziali, fa molto chic dire: «Certo, se in Italia ci fosse un Sarkò...». Alcuni lo cercano in Veltrò ma, l’ha scritto bene Maria Giovanna Maglie, si sbagliano di grosso. Altri, perso per perso, abbandonata la Royal, preferiscono ripiegare sul sicuro e proclamare che sì, in Francia la droite ha stravinto con un bonapartista che ha deciso di fare l’Esagono quadrato, ma nulla ha a che vedere col centrodestra italiano molto approssimativo e il suo leader poco frequentabile.
Curiosa situazione: dopo la vittoria, i giornali della gauche, lo documenta bene Eric Brunet nel suo libro in uscita dedicato al potere del denaro, hanno cominciato ad accusare l’iperpresidente Sarkozy di essersi «berlusconizzato». Si leggano tutti i lorsignori la brillante agiografia intellettuale che Marina Valensise ha riservato a Sarkozy. La lezione francese (Mondadori, pp. 250, € 17). Ripercorrano le pagine che legano il giovane Nicolas col suo gollismo eretico e sociale alla frenesia attivistica dei primi mesi da Presidente della République e capiranno che, in una strategia in cui la nomina del socialista Bernard Kouchner agli Esteri e la sponsorizzazione di Dominique Strass-Kahn al Fondo Monetario sono tasselli di un percorso di egemonia, la vittoria di Sarkozy incarna la sfida più radicale e radicata, universale e spregiudicata alla vecchia Francia assonnata del compromesso mitterrandiano-chiracchiano e alla vecchia Europa mercatista del compromesso socialdemocratico. Sempre se Sarkò, la Valensise lo chiarisce con la meticolosità di un amore politico che ripone grandi aspettative sull’uomo, terrà pigiato il piede sull’'acceleratore e resterà fedele all’immagine di sé che ha sedotto i francesi attraverso un capillare lavoro di marketing politico, di relazioni con i media e di approccio diretto con l’immaginario profondo, di «creatura pop», convinto che «non puoi capire la gente se non hai gli stessi gusti della gente». Ciò che tiene tutto nell’«ambizione feroce» e nella vocazione poliedrica di questo «liberale quanto basta, anglofilo per necessità, ma francese per convinzione e volontarista per scelta» è il concetto e la prassi della rupture: rottura con il politicamente corretto, che lo spinge a incentrare la campagna elettorale su «argomenti che infastidiscono» - scrive Alain de Benoist - come il rapporto tra immigrazione e identità nazionale, il superamento del senso di colpa dei francesi per la propria storia di potenza mondiale e patria dei diritti umani, la rivalutazione del ruolo pubblico della religione (Islam compreso) a vantaggio della laicità, la critica dei pregiudizi antiamericani, la difesa dell’ordine e dell’autorità a garanzia dei più deboli e degli esclusi, la denuncia dell’assistenzialismo e del «disastro morale» che gli eredi impropri del Sessantotto hanno provocato nella Francia.
Basta la sua frase «voglio una scuola del rispetto, dove gli alunni si alzano in piedi quando il professore entra in classe»: ed ecco qui la «strana liberazione antilibertaria» e il rivoluzionario che è riuscito a decomplexer la destra francese grazie a una volontà di ferro ai limiti dell’egomania e la ferma convinzione che «è l’uomo che plasma la politica, e non l’inverso».
Si tratta solo di capire se la destra securitaria di Sarkò si farà modello, eccezione o promessa mancata.