Sarkozy: ho fatto errori ma farò le riforme

Il presidente francese: "Abbiamo stravinto le elezioni ma lavoro con chi non mi ha votato. Unire è il mio dovere"

Etienne Mougeotte - Paul Henri du Limbert - Nicolas Barré - Philippe Goulliaud - Charles Jaigu

Parigi - Monsieur Sarkozy, siamo a due giorni dal primo turno delle elezioni amministrative. Che cosa s'aspetta?
«I francesi stanno per scegliere chi governerà le loro città ed è bene che lo facciano pensando innanzitutto a cosa è bene per le loro città. Ma so che lo scrutinio avrà anche un significato politico di cui terrò conto. Perciò spero molto nella mobilitazione di chi vuole che il cambiamento continui. Sono stato eletto per cinque anni e ogni anno ci saranno elezioni. Il mio quinquennio non sarà comunque condizionato dal voto locale, regionale ed europeo chi ci aspetta. Perché io ho un programma e ho intenzione di rispettarlo. Vale a dire riabilitare il lavoro, dare a ognuno la possibilità di vivere del proprio lavoro, garantire l'autorità dello Stato per tutelare i più deboli, costruire una giustizia che protegga le vittime, tornare a una scuola elementare dove s'insegni a leggere, scrivere, contare e finirla con il fiasco negli studi. Il mio compito è condurre a termine tutte le riforme che non sono state intraprese in Francia in tutti questi anni. Comunque per me, come per tutti i francesi, cambiare è ormai un obbligo».

Continuerà la sua politica di apertura?
«Dovere di un presidente è unire, rifiutare ogni settarismo. La Francia ha un gran bisogno di tolleranza. Abbiamo nettamente vinto le elezioni presidenziali e legislative, ma ho voluto lo stesso lavorare anche con chi non m'aveva votato. Non lo rimpiango: unire è il mio dovere».

Non crede che i suoi elettori vogliano un'apertura a destra, oltre che a sinistra?
«Le aperture sono innanzitutto uno stato d'animo. Ma non è forse la politica voluta dai francesi proporre quote per l'immigrazione? O mantenere in carcere soggetti pericolosi anche dopo la fine della pena? Riconciliarsi con gli americani non è forse un cambiamento che piace ai francesi? Sono politiche che rompono con tanti anni di lassismo. Facciamo solo ciò che abbiamo promesso alle elezioni. È una questione di rispetto, credibilità e anche morale».

Come spiega il suo calo nei sondaggi?
«Per sei anni ho avuto una popolarità allo zenit. E i miei avversari dicevano che non significava nulla. Oggi, dopo due mesi di calo, le stesse persone spiegano che la situazione è gravissima. Certo, i buoni sondaggi facilitano le riforme e i cattivi le complicano, ma ciò non cambia i miei programmi anche se devo tenere conto degli umori della gente in qualsiasi momento».

Ha commesso errori che spieghino il calo nei sondaggi?
«Chi sarei se non riconoscessi errori? Se ne commettono, io ne ho commessi. Ai francesi interessa sapere se il potere d'acquisto aumenterà, se la sicurezza migliorerà, se la disoccupazione calerà. Conta che ormai mezzo milione d'imprese propone ai dipendenti ore supplementari di lavoro defiscalizzate. Eravamo un Paese dove si scoraggiava il lavoro. Ora siamo un Paese dove si premia chi lavora di più. Avevo promesso ai francesi che tutti quelli che avevano sparato sulla polizia a Villiers-le-Bel sarebbero stati arrestati: e così è stato. Avevo promesso ai francesi che i plurirecidivi sarebbero stati condannati in maniera più severa: e così è stato. Ora andrò fino in fondo: voglio che i criminali pericolosi non tornino liberi se ancora pericolosi».

Lei si è rivolto al presidente della Corte di Cassazione, dopo il parere negativo della Corte costituzionale. Cosa risponde a chi le rimprovera di voler aggirare i Saggi?
«La Corte costituzionale dice ciò che è o non è conforme alla Costituzione. Ha convalidato la misura della detenzione anche dopo la fine della pena e questo è quello che conta. Il mio compito è vegliare che donne, bambine e bambini non cadano nelle mani di uno stupratore o di un pedofilo già condannato e sul punto d'esser liberato. È mio dovere proteggere i più deboli. Da troppo tempo si dimenticano le vittime. Avevo promesso di porle al centro della mia azione. Lo faccio».

La popolarità del primo ministro provoca tensioni fra voi?
«No. A chi ci specula sopra, ricordo che non cambio un primo ministro secondo i sondaggi. Il Presidente della Repubblica deve scegliere il migliore per realizzare la sua politica. E il migliore è Fillon».

La sinistra dice che lei prepara un piano di austerità da applicare dopo le elezioni amministrative.
«Non credo ai piani di austerità, non portano a nulla. È la riforma a guidare le economie, sono le economie e la crescita a guidare la riduzione del deficit».

È soddisfatto della riforma giudiziaria?
«Erano cinquant'anni che non si decideva nulla. Rachida Dati l'ha fatto. La giustizia è ottenere presto una sentenza, motivata in modo chiaro, comprensibile da tutti. Il Guardasigilli è uno dei ministri più coraggiosi. Ha condotto la riforma, mentre i suoi predecessori ci avevano rinunciato. Ha escluso dalle pene minime i plurirecidivi, quando tutti gli specialisti dicevano che era impossibile».

Suo figlio Jean è candidato nelle elezioni cantonali a Neuilly. Non teme l'accusa di nepotismo?
«Il nepotismo è la nomina, non l'elezione. Mio figlio vuol solo avere la sua occasione, come tutti gli altri. Rispetto la sua libertà e trovo che abbia condotto la sua campagna con molto coraggio. Non cede alle avversità. Ha carattere. Se è felice di far politica, anch'io sono felice. Sono fiero di lui».

Si può essere felici da Presidente della Repubblica?
«Io lo sono».

Ma aveva detto che esser Presidente della Repubblica era rinunciare alla felicità.
«Forse è successo qualcosa di nuovo...».

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(traduzione di Maurizio Cabona)