Sarkozy, l’anti-Veltroni

Ha appena ricordato al neo ministro per l'Immigrazione e l'Identità nazionale che «la Francia ha diritto legittimo e assoluto di determinare chi abbia il diritto di installarsi nel suo territorio». È un concetto straordinario, ma per i nostri mediocri governanti potrebbe essere una frase razzista. Un presidente che dice quel che farà e fa quel che ha detto. Nel definirsi e promettersi enfaticamente così, durante la vittoriosa campagna elettorale, Nikolas Sarkozy non ha esagerato. Bastano le prime importanti decisioni nazionali e internazionali a confermare che il carattere, la personalità dell'uomo sono la vera garanzia della rottura con il passato, e dell'aria fresca che tira in Francia, un'aria che presto potrebbe spirare anche in Italia.
Non è troppo tardi. Basta ricordare che a un'immagine forte di grande comunicatore, esperto e divoratore di sondaggi, animale televisivo ma anche solido manovratore di partito, si deve accompagnare, oggi che la sfida è tremenda per l'Europa, il carattere, la personalità, quella che rende lo statista non coraggioso in modo incosciente, ma fermo e determinato, anche quando gli capita di sbagliare.
Niente di più lontano dal patetico tentativo del candidato sindaco del partito democratico, Walter Veltroni, quel sono con voi ma il referendum non lo firmo; niente di più diverso dall'incoerenza del premier Romano Prodi, che in Cina disse il famoso siamo matti e poi alla Camera a rispondere come governo ci andò, e come; niente di più lontano dalle pericolose elucubrazioni del ministro Massimo D'Alema, che ancora lunedì sera si ostinava a illustrare i vantaggi di un dialogo palestinese con Hamas, proprio mentre il leader palestinese, Abu Mazen, denunciava in tv, al corrispondente del tg1, Claudio Pagliara, che i legami di Hamas con Al Qaida sono forti.
Infine, il metodo del presidente francese è esemplare anche nelle incertezze e nei dubbi che potrebbero in un futuro prossimo di nuovo fermare o rallentare le riforme di un governo liberale. Sarkozy fa una politica nuova, meno ingessata in vecchi schemi, che affronta i problemi senza rimanere schiava di pregiudizi ideologici e senza cercare per forza il consenso di tutti, soprattutto gli alleati. La «rupture», la discontinuità con il suo stesso passato, quello dell'ex presidente, Jacques Chirac, rappresenta per lui essenzialmente una riscoperta di valori liberali e, al tempo stesso, l'adozione di un maggiore pragmatismo nella soluzione dei problemi.
Non solo Sarkò è andato personalmente all'Ecofin a dire che per lui è prioritario abbassare le tasse e defiscalizzare il lavoro straordinario, cioè che la Francia è tornata in Europa, ma non se le condizioni dell'Europa penalizzano la Francia e il suo programma di riforme. Perciò l'obiettivo di bilancio è rinviato di due anni, e per il 2008 si sta sul disavanzo. La differenza, rispetto ai problemi del governo italiano, è che se lo dice lui che sta facendo le riforme necessarie e che deve liberarsi rapidamente della catastrofe socialista delle 35 ore di lavoro settimanale, gli europei ci credono, se lo dice Padoa-Schioppa, no.
Il presidente si è anche rifiutato di praticare dall'Eliseo la prerogativa annuale della grazia collettiva, e qui è stato sublime. Se il Corriere della Sera lo ha definito «il pugno di ferro», è perché da noi vanno di moda i medici pietosi che con l'indulto hanno reso infetta la ferita della nostra sicurezza.
Ma quest'anno in Francia la presa della Bastiglia sarà un anniversario migliore perché il presidente francese ha detto chiaro quel che tutti i cittadini, non solo francesi, purché non considerati di serie B, pensano: che è vergognoso che uno Stato moderno utilizzi questi metodi per risolvere il problema dell'affollamento carcerario; che i provvedimenti di clemenza si esaminano uno alla volta, perché contano le ragioni e le storie degli individui, e le circostanze devono dimostrarsi eccezionali. Eppure, si parlava di tremila detenuti, la media seguita da Chirac, non certo dei quasi venticinquemila, messi fuori in Italia un anno fa.
Sarkò non si fermerà. Ridurrà le imposte dirette e i prelievi obbligatori (di quattro punti in 10 anni), eliminerà la tassa di successione, permetterà la deduzione degli interessi dei mutui per la casa, ridurrà dal 60 al 50 per cento lo scudo fiscale, il tetto massimo di imposizione diretta.
Con Rachida Dati, maghrebina, e Brice Hortefeux, che il presidente ha messo alla Giustizia e all'Immigrazione, doterà i poliziotti di armi a «letalità ridotta». I minori recidivi a partire dai 16 anni saranno giudicati come adulti. Sta per ridurre drasticamente le possibilità d'ingresso nel Paese e controllerà inasprendole le condizioni della riunificazione familiare per gli immigrati. Vuole attirare in Francia stranieri più qualificati e finanziare un piano di formazione per i giovani delle banlieue, del genere brusco: scegli se vuoi imparare un buon lavoro o finire in carcere la prima volta che incendi un'automobile. Farà rispettare di più la religione cattolica.
Sarkò mi fa pensare a Rudy Giuliani, che ha salvato New York dalla decadenza, e sarebbe un gran presidente degli Stati Uniti.
Maria Giovanna Maglie