Sarkozy-Merkel, asse anti Washington

nostro inviato a Londra

Prima dei sorrisi, delle strette di mano e dello champagne a Buckingham Palace con la Regina Elisabetta, gli affondi di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel agitano la vigilia del summit londinese del G20. Davanti a una folla di giornalisti stipata in una sala del Berkeley Hotel, e con le bandiere francese, tedesca ed europea alle spalle, il presidente e la cancelliera mettono in guardia dai «falsi compromessi». «Sulle regole della finanza non si tratta», afferma Sarkozy con durezza. E la Merkel non è da meno: «Chi non rispetta le regole - ribadisce - deve essere identificato». Un modo molto diretto per dire che i due Paesi vogliono una lista dei paradisi fiscali, un elenco «dei cattivi» per mettere ognuno, nel mondo, di fronte alle proprie responsabilità.
Nel mirino di Merkel e Sarkozy, evidentemente, gli Stati Uniti. «Il presidente Obama è stato eletto con lo slogan “yes we can” - ricorda l’inquilino dell’Eliseo - e noi gli diamo fiducia, ma anche la sua amministrazione deve seguirlo». E la Merkel aggiunge che è venuto il momento delle «decisioni concrete» dopo che nel vertice del G20 a Washington, lo scorso novembre, si erano individuati i principi riformatori della finanza globale. La crisi è dura, occorrono risposte effettive, sostengono i due statisti europei. Ma Barack Obama - al difficile esordio sulla scena internazionale - ridimensiona le differenze con Francia e Germania, parlando di «enorme consenso» all’interno del G20. «Che qualcuno spinga per più regole e altri no - osserva il presidente americano - è smentito dai fatti». Né Obama crede che le differenti visioni sui pacchetti di stimolo fiscale per l’economia possano far fallire il vertice. «Il fatto che i governi debbano promuovere la ripresa economica non è in dubbio», afferma. Ma al contrario, il premier giapponese Taro Aso accusa la Germania di non comprendere l’importanza di adeguate misure di stimolo per uscire dalla crisi. L’Europa ha detto chiaramente d’aver fatto abbastanza per la ripresa, Stati Uniti e Giappone non concordano.
Al primo ministro britannico Gordon Brown il difficilissimo compito di comporre le divergenze fra le due sponde dell’Atlantico, senza dimenticare i malumori di molti Paesi emergenti come l’India e il Brasile, che si trovano a dover fronteggiare un gravissimo aumento della disoccupazione a causa della crisi. Brown, ieri sera, ha riunito i venti leader più numerosi ospiti - fra cui spicca J.K. Rawling, l’autrice miliardaria di Harry Potter - in una cena al numero 10 di Downing street. Brown non ha la bacchetta magica del «maghetto» Potter, ma deve ugualmente compiere l’incantesimo più difficile: trovare il consenso generale su un comunicato finale convincente, non un semplice rimando a nuovi summit e a nuove regole dei mercati per il futuro. Ci sono in ballo cifre importanti, dai 100 miliardi di pacchetto per il commercio globale ai 500 miliardi da assegnare al Fondo monetario internazionale per il sostegno ai Paesi in difficoltà. «La sfida - chiave del G20 - spiega Mario Draghi, a Londra come presidente del Financial Stability Forum - è di ripristinare la fiducia sui mercati e nelle economie». Sfida difficile perché Draghi stesso non sa ancora se la restrizione del credito si sta allentando. «Non ho ancora una risposta su questo - osserva - ma ricordo che molte cose sono state fatte da tutti i Paesi e fra breve saranno operative: vedremo presto i benefici». Sul fronte regolatorio, Draghi dice sì al piano Geithner sulle banche Usa, e conferma che le nuove regole finanziarie - compresi i limiti al leverage - dovranno valere anche per gli hedge fund.