Sarkozy militarizza le banlieue E la sinistra si schiera con lui

Ottobre 2005: le banlieues francesi bruciano. Ottobre 2010: il problema non è stato risolto. Solo attutito, ammortizzato, talvolta semplicemente negato. Ogni notte bande di teppisti danno alle fiamme decine di auto. Il fenomeno è così diffuso da non fare più nemmeno notizia. I media si occupano dei tanti squallidi, quartieri dormitorio che circondano gli agglomerati urbani solo quando la protesta tracima, come accaduto recentemente a Grénoble. Ma il dato di fatto resta.
Immigrazione? Integrazione? La Francia ha fallito e, di fatto, non pensa più che la situazione possa essere recuperata. Le periferie stanno diventando un male cronico. Ammissione dolorosa, che infatti nessuno ammette. Ma i fatti sono inequivocabili.
Il ricercatore accademico Hacène Belmessous ha svelato, in un saggio appena uscito e intitolato Opération banlieue, che il governo ha già elaborato i piani per occupare militarmente le periferie. È solo un’ipotesi, sia chiaro; ma giudicata non inverosimile dagli esperti. Rischio concreto e probabile, che l'Eliseo ritiene di dover affrontare per tempo. Secondo le rivelazioni di Opération banlieue, non smentite dal governo, diecimila soldati sono pronti a intervenire rapidamente. Tutto è stato predisposto a dovere: punti di osservazione in cima ai condomini, posti di blocco, retate. Sarebbero stati addirittura consultati uomini delle forze israeliane Tsahal, specializzati in guerriglia urbana.
Per agevolare un intervento che i documenti ufficiali definiscono di «pacificazione», è stato creato un nuovo organismo che ha unito il Consiglio della Difesa e quello della Sicurezza nazionale, e che è stato posto sotto l’autorità diretta del presidente.
Per inviare le truppe nelle città, Sarkozy non dovrà nemmeno chiedere l’autorizzazione del Parlamento: gli è stata data preventivamente, con il consenso di tutti i partiti rappresentati all’Assemblea, compreso quello socialista.
È l’altra verità che sta emergendo in questi giorni in Francia e che dovrebbe far riflettere la sinistra italiana. Mentre da noi, partiti e movimenti progressisti continuano a invocare le porte aperte e a coltivare il sogno di una società felicemente multiculturale, a Parigi la gauche ha di fatto cambiato linea. Certo, in pubblico, continua a difendere le minoranze, come è accaduto recentemente sull’espulsione dei rom, ma non appena è chiamata a prendere decisioni concrete sulle banlieues si comporta esattamente come la destra. Ha approvato la creazione del nuovo Consiglio, condivide i piani per inviare l’esercito. E nelle zone difficili i suoi sindaci sono lesti a invocare misure cautelative. Nei confronti degli immigrati di prima o seconda generazione, non contro gli agenti.
Un atteggiamento dettato in parte dal calcolo politico. L’esasperazione della gente è tale che nessun politico può permettersi, in campagna elettorale, di tenere propositi lassisti in tema di banlieue se intende vincere. Perché il livello di tolleranza tra gli elettori è sceso. Anche a sinistra. E chi lo nega è destinato alla sconfitta.
Tanto più in un Paese dove tende a prevalere l’interesse nazionale. Come capita in tutti i Paesi di grande tradizione unitaria e con una forte identità civica, nei momenti di difficoltà l’interesse comune prevale su quello partitico o di tornaconto personale. Dopo l’11 settembre l’America si unì rimandando le polemiche a tempi migliori, idem la Gran Bretagna all’indomani degli attentati di Londra. Certo, la protesta nelle periferie non può essere paragonata al crollo delle Torri gemelle, ma la classe politica appare consapevole della gravità della situazione, nonché dei sentimenti della grande maggioranza dei cittadini; che invocano sicurezza. E inducono il governo a considerare gli scenari più inquietanti in tema di ordine pubblico. Oggi con Sarkozy, domani con un presidente socialista.
Leggendo Opération banlieue emerge che destra e sinistra agiscono di concerto. Come in Italia non accadrebbe mai.