Sarkozy, la modernità svolta a destra

In una Francia che nell'animo rimane monarchica, Nicolas Sarkozy incarna la voglia di rottura. In un’Europa dove da tempo mancano leader politici capaci di dare un'anima al centrodestra, di dare risposte ai problemi sempre più complessi di società travolte dalla globalizzazione, dai flussi migratori e dunque in crisi di identità, «Sarko» rappresenta il Nuovo. C’eravamo illusi che Angela Merkel potesse essere quel che Margaret Thatcher è stata negli anni Ottanta, ma, sebbene sia ancora molto popolare all’estero, in patria è vista come un cancelliere consensuale, portato al compromesso. Nessuno considera più Angie una «rivoluzionaria borghese».
Sarkozy di questi tempi non si batte solo contro Ségolène Royal, ma anche, se non soprattutto, contro l’establishment di una società gollista e profondamente elitaria. Non è un mistero che Jacques Chirac in cuor suo faccia il tifo per la candidata socialista, e non solo perché non ha mai perdonato al suo attuale ministro degli Interni un tradimento politico risalente a qualche anno fa. La Royal esce dalle Hautes Ecoles francesi, come il premier Villepin, come gli alti funzionari del clan Chirac, come quasi tutti i leader socialisti più noti. Cambia l’etichetta politica, ma le radici sono le stesse. Loro rappresentano l’élite che non perde mai e resta sempre al potere.
«Sarko» no. In quelle Scuole non è mai entrato. È un diverso, un uomo di rottura, che parla innanzitutto al popolo e che, pur essendo originariamente gollista, ha una concezione diversa della Francia. Non la considera una superpotenza, decaduta ma sempre influente, bensì un importante Paese europeo che deve modernizzarsi e giocare alla pari con gli altri Paesi, rafforzando l’identità occidentale e filoatlantica. In un recente libello i socialisti lo hanno dipinto come «un americano», addirittura un «neoconservatore» e, pertanto, implicitamente come «un servo della Casa Bianca». Accuse devastanti in un Paese da sempre assai scettico nei confronti degli Usa. Definirlo un «neocon» è ridicolo, ma che sia un po’ «statunitense» è vero, se questo è sinonimo di riformista. Sì, Sarkozy è un liberal-progressista, perlomeno in economia. Ieri ha proposto «nuove regole» per il diritto di sciopero, auspicando «una legge che imponga il voto a scrutinio segreto entro otto giorni dalla proclamazione dell’agitazione», innanzitutto nel servizio pubblico. Insomma, osa sfidare i sindacati, che a Parigi sono molto potenti. E lo fa prima delle elezioni, anche a costo di perdere il voto di decine di migliaia di dipendenti pubblici. La Merkel, nel settembre 2005, compromise la vittoria permettendo al suo consigliere economico di proporre la «flat tax», a cui i tedeschi non erano preparati. Schröder ne approfittò magistralmente e oggi la Germania è retta dalla «grosse Koalition».
Nessuno potrà accusare «Sarko» di ipocrisia, anche perché quella sullo sciopero non è l’unica proposta audace. Nel suo programma chiede di diminuire drasticamente la patrimoniale, che oggi spinge i francesi più abbienti a trasferirsi in Svizzera o in Belgio. Invoca misure che incoraggino la piccola impresa e più in generale l’imprenditorialità in una Francia, che solo l’anno scorso era scesa in piazza per bloccare il contratto, liberista, di primo impiego. Sarkozy è poco sensibile agli istinti protezionisti di certi grandi gruppi nazionali e apprezza l’economia di mercato. Ma al contempo è un acceso difensore dell’identità francese. Da quando guida il ministero degli Interni, gli immigrati clandestini hanno vita dura e, fino all’anno scorso, i nomadi romeni non in regola venivano riaccompagnati senza tanti complimenti in Romania. Non tutto è convincente nel suo programma. Talvolta lambisce pericolosamente il populismo xenofobo e fu lui, nell’autunno 2004, ad accendere la protesta delle periferie con commenti provocatori. Insomma, è presto per incoronarlo come nuovo leader del centrodestra europeo, ma perlomeno ci prova, con convinzione, rifiutando maschere elettorali e compromessi con la Francia che conta.