Sarkozy pronto a boicottare i Giochi

Il presidente francese non esclude di disertare la cerimonia d'apertura. Lhasa: monaci interrompono un incontro con la
stampa organizzato dalla Cina

Londra - Il presidente francese Nicolas Sarkozy torna sull'argomento Olimpiadi non escludendo l'opzione di disertare la cerimonia inaugurale dei Giochi in segno di protesta per la crisi in Tibet. Ad una conferenza-stampa congiunta allo stadio dell'Arsenal il primo ministro britannico Gordon Brown ha però preso le distanze da Sarkozy, malgrado l’impegno ad una nuova "fratellanza" tra i due Paesi e ha puntualizzato che il Regno Unito non farà alcun boicottaggio e parteciperà a pieno titolo alle Olimpiadi in Cina.

Sarkozy ha comunque messo in risalto che nel giudizio sulla crisi tibetana Francia e Gran Bretagna sono in sintonia: "Siamo scioccati da quanto è successo e siamo profondamente preoccupati. Vogliamo che si rilanci il dialogo nel pieno rispetto della integrità territoriale cinese".

Il Dalai Lama: "Il mondo ricordi alla Cina i suoi doveri" Le violenze in Tibet hanno attirato lo sguardo del mondo sulla Cina. Questo infastidisce - e non poco - Pechino a pochi mesi dall’inizio delle Olimpiadi. Il Dalai Lama ha affermato che il mondo dovrebbe sfruttare i Giochi come un'opportunità per ricordare alla Cina il rispetto dei diritti umani. E ha invitato a rinunciare agli appelli per il boicottaggio. Parlando a Ndtv, un'emittente privata, il leader spirituale tibetano ha affermato che la Cina dovrebbe elevare i suoi livelli di rispetto dei diritti umani per dimostrare di essere un buon ospite dei Giochi Olimpici.

Le visite "guidate" dei giornalisti La Cina ha organizzato delle "visite guidate" per i giornalisti in Tibet, per mostrare al mondo come stanno andando le cose a Lhasa e dintorni. Si tratta di una "verità ufficiale" perché i giornalisti non sono liberi di girare per il Paese e verificare se ciò che viene detto loro sia almeno vicino - se non corrispondente - alla realtà dei fatti. Un gruppo di trenta monaci buddisti ha approfittato di un incontro con la stampa, organizzato nel tempio di Jokhang, uno dei più famosi della capitale, per gridare in faccia ai giornalisti che "non c’è alcuna libertà religiosa in Tibet e che il Dalai Lama non è responsabile per i recenti scontri avvenuti nella capitale tibetana". Per tutta risposta l’area attorno al tempio è stata circondata dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Le uniche persone che potevano accedere sono gli abitanti del quartiere.

I giornalisti hanno potuto parlare con i monaci, tutti giovani, per alcuni minuti prima di essere riaccompagnati al loro autobus dai funzionari del ministero degli esteri cinese che viaggiano con loro. I monaci hanno detto di essere prigionieri nel tempio dal 10 marzo, inizio delle manifestazioni di protesta dei tibetani, e hanno aggiunto di sapere che sarebbero stati arrestati ma di essere pronti a correre il rischio.

I reporter invitati a Lhasa, un gruppo di 26 persone scelte dal governo cinese, hanno affermato di non sapere quale sia stato il destino dei monaci dopo la protesta. L’unico giornalista europeo che fa parte del gruppo è uno dei corrispondenti da Pechino del quotidiano britannico Financial Times.

La replica della Cina La guerra dei nervi continua. Pechino ha invitato una delegazione internazionale dei rappresentanti di 15 paesi stranieri a compiere una missione a Lhasa. Lo ha confermato in una nota l’ambasciatore d’Italia a Pechino, Riccardo Sessa. Della delegazione, oltre ai delegati di paesi Europei e non, farà parte anche Antonio Bartoli, il consigliere politico dell’ambasciata di Pechino. La missione partirà domani venerdì e si concluderà già sabato, senza che si conoscano i dettagli del programma. Dopo la missione organizzata per giornalisti selezionati, il governo cinese risponde ad un’altra richiesta della comunità internazionale che dall’inizio della crisi tibetana preme per l’invio di osservatori esterni. Lo stesso Dalai Lama aveva invocato una missione internazionale per dare testimonianza di ciò che veramente accade in Tibet, al di là della censura cinese.

Censurata la Bbc La censura cinese ha interrotto una trasmissione della rete televisiva Bbc, mentre venivano mostrate alcune immagini di Lhasa girate nel corso del viaggio da un cameraman dell’agenzia Aptn. Il Tibet e tutte le aree delle altre province cinesi a popolazione tibetana sono chiuse alla stampa e a tutti gli osservatori indipendenti dal 10 marzo. Secondo le autorità cinesi le vittime degli scontri tra polizia e manifestanti sono state in tutto 20, mentre gli esuli tibetani parlano di "circa 140" morti.

La Cina: "L'Ue non incoraggi il Dalai Lama" La Cina, molto innervosita perché da settimane ha i fari puntati addosso, ha invitato l'Unione Europea a "non dare un segnale di incoraggiamento" al Dalai Lama. "Il Tibet - ha detto il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang - è completamente un affare interno della Cina e noi non accettiamo alcuna ingerenza straniera". Su proposta del francese Bernard Kouchner, i ministri degli esteri europei terranno una riunione per discutere della situazione in Tibet. "Spero che l’Ue sappia distinguere il vero dal falso e condannare i criminali, perchè sono loro che hanno turbato l'ordine sociale e messo in pericolo le persone e le loro proprietà", ha aggiunto il portavoce.

Birmania pro Cina Il governo birmano rifiuta ogni legame tra le recenti violenze in Tibet e i giochi olimpici di Pechino, si legge su un giornale della Birmania. In una nota del ministero degli Esteri riportata sul giornale "New Light of Myanmar" si legge che gli scontri di Lhasa sono "un affare puramente interno" della Cina. Dalla stampa birmana non arriva solo una strizzata d'occhio a Pechino ma una vera e propria sviolinata: "Il governo cinese con tutta la sua saggezza e lungimiranza supererà le tensioni con successo e sarà in grado di mantenere la pace e la stabilità interne". Ma questa cosa non stupisce visto che Pechino è il principale alleato di Rangoon.