Sarkozy sarà oggi al Cremlino per sostenere il piano europeo

Ue divisa: quattro presidenti a Tbilisi con l’ucraino Yushenko per sostenere la Georgia

Mentre le truppe russe avanzano in Georgia la diplomazia è al lavoro in un affannoso tentativo di prevenire il degenerare della situazione. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner è a Mosca a nome dell'Unione Europea, dopo essere arrivato la notte precedente a Tbilisi per colloqui con la dirigenza georgiana. Con il suo abituale linguaggio franco ha detto che «l'Europa deve agire, perché gli Stati Uniti sono in qualche modo parte in causa in questa vicenda». Oggi si dovrebbe presentare al Cremlino lo stesso presidente francese Nicolas Sarkozy, sostenuto dai leader del G7. L'obiettivo è di far accettare a chi realmente comanda a Mosca, ossia il premier Vladimir Putin, il piano in tre punti targato Ue che prevede anzitutto un cessate il fuoco.
Missione ardua. Putin usa un linguaggio molto duro: taccia di «cinismo» quei governi occidentali che sostengono la Georgia «colpevole di aggressione contro l'Ossezia del Sud». È incollerito con gli americani che hanno trasferito in Georgia con i loro aerei i soldati georgiani che erano schierati in Irak. E non si trattiene dal paragonare il presidente georgiano Mikhail Saakashvili al defunto dittatore iracheno Saddam Hussein: «Saddam è stato impiccato per aver sterminato diversi villaggi sciiti. Gli attuali governanti georgiani, che hanno raso a zero dieci villaggi osseti, che con i carri armati sono passati sopra vecchi e bambini e hanno bruciato vivi cittadini inermi, invece vengono difesi».
La Russia punta chiaramente a togliere di mezzo Saakashvili («dopo quel che ha fatto con lui non parleremo più», ha detto l'ambasciatore russo presso la Nato) facendolo passare per l'autore di un genocidio. Il presidente russo Dmitry Medvedev, sfidando in verità il ridicolo, ha detto che non si può dimostrare tolleranza alcuna verso gli aggressori (ossia i georgiani) e ha tirato in ballo addirittura Adolf Hitler rievocando «la lezione di Monaco 1938». Ad altri osservatori, però, i fatti in corso in Georgia ricordano quelli del 1939, quando Stalin aggredì la piccola Finlandia, a suo dire colpevole di chissà quali intenzioni aggressive verso il vicino colosso sovietico. Chiarissima in questo senso la posizione americana, con Bush che parla di «reazione russa sproporzionata con inaccettabili violenze» e il suo vice Dick Cheney che chiede che «l'aggressione russa non resti senza risposta». E mentre il candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama tace imbarazzato, quello repubblicano John McCain rispolvera i toni da Guerra fredda per minacciare Mosca di relazioni a repentaglio nel lungo termine.
Più complessa la situazione dell'Europa dei Ventisette, all'interno della quale (in attesa che si riuniscano domani i ministri degli Esteri) si fronteggiano due correnti in disaccordo: una, composta dalla Svezia e da Paesi ex comunisti che ben hanno conosciuto la prepotenza di Mosca quali la Polonia, la Repubblica Ceca e i tre Paesi baltici, chiede una chiara presa di posizione antirussa; un'altra, più orientata al dialogo e guidata da Francia e Italia, vorrebbe che l'Europa assumesse un ruolo di ponte tra Russia e Stati Uniti, evitando di spingere Mosca in un pericoloso isolamento. Questo mentre il premier britannico Gordon Brown ammonisce la Russia a fermare la sua azione militare «ingiustificabile» in Georgia.
Alla Nato, l'alleanza militare occidentale dove europei ed americani sono fianco a fianco, si svolge oggi un'importante riunione cui parteciperà una delegazione georgiana. Intanto Mosca chiede una riunione urgente del Consiglio Russia-Nato. Nel frattempo, confermando una costante linea intimidatoria verso i Paesi europei che furono suoi vassalli, minaccia la Polonia e i Baltici di «ripercussioni sulle relazioni bilaterali» per le loro posizioni sulla crisi del Caucaso. Minaccia senza effetti: i cinque presidenti di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Ucraina hanno annunciato che voleranno a Tbilisi per manifestare il loro concreto sostegno alla causa della Georgia.