Sarkozy: la sfida, dare lavoro

Il candidato neogollista all'Eliseo rivendica la sua adesione ai valori della destra. "Il capitalismo deve rispettare un'etica", poi aggiunge: "Lavorare meno? No, meglio guadagnare di più"

di Alexis Brézet, Charles Jaigu Bruno Jeudy, Judith Waintraub

Nel suo discorso dell’Ump, lei ha detto: «In Francia non ci sono più schieramenti». Significa che il discrimine destra-sinistra è superato?
«No, significa che non sarò presidente della Francia di destra contro quella di sinistra. Rivendico l’adesione a valori di destra e credo che l’elezione presidenziale sia l’occasione di trascendere le barriere, d’unire la maggioranza su un progetto di cinque anni. Come candidato, devo parlare alla Francia da capo di Stato, non da capo di fazione o di clan».
Non disorienterà a destra per sedurre a sinistra?
«Mai abbandonerò gli elettori di cui la Repubblica ha bisogno. Gli elettori più popolari, che si sono sentiti abbandonati da tanti anni, perché la sinistra non parla più per loro; che si sono rivolti verso le ali estreme, per gridare la loro rabbia; che non si riconoscono più nella sinistra, che si tutela solo i salariati garantiti. Ma non dimentico gli elettori tradizionali della destra, che spesso hanno avuto la sensazione che le loro idee non fossero difese. Tutto ciò fa una Nazione. Ad essa, tutta, mi rivolgo».
Lei cita Blum, Jaurès, Zola... Ma non Montesquieu, Tocqueville, Aron.
«Non mi pare che Clemenceau o Georges Mandel siano eroi tradizionali della sinistra. Né di trascurare il cuore della destra citando Fratello Christian, sgozzato a Tibherin, o evocando l’eredità di 2000 anni di cristanesimo».
Che cosa replica a Ségolène Royal, quando l’accusa di confondere Valmy e le crociate?
«Non mi riconosco nel pentimento sistematico che giunge a denigrare la Nazione, che conduce all’odio di sé. È la visione di certa sinistra, non la mia. Non riduco l’azione della Francia in Algeria a un sistema ingiusto. Al suo interno, c’erano francesi che hanno curato, educato, costruito. Non vanno assimilati a questo sistema ingiusto».
Lei parla di valori della destra. Quali sono?
«Primo, il lavoro, il cui oblio riassume la crisi morale francese. Il lavoro è stato abbandonato dalla destra e tradito dalla sinistra. I socialisti - significativamente - non parlano più di lavoratori. Sarò il candidato del lavoro. È la mia coerenza e il cemento del mio progetto. Secondo valore, il rispetto. L’errore del maggio ’68 è aver pensato di fare felice l’allievo parificandolo al maestro. Anche se l’allievo avesse la vocazione a superare il maestro, deve rispettarne l’autorità. Infine c’è il valore della responsabilità. Nessun diritto senza dovere. E che nessuno rifiuti più di due possibilità d’impiego corrispondenti alla sua qualifica. Nessun minimo sociale senza obbligo d’attività».
Così lei non si rifà alla «frattura sociale»?
«La “frattura sociale” era difendere i poveri senza lavoro. Voglio che essi non siano dimenticati. Non dico più assistenza, dico più lavoro. Sono contro l’egualitarismo, l’assistenzialismo, il livellamento; sono per il merito, il giusto compenso e la promozione sociale».
Sul valore lavoro, l’immigrazione e l’educazione Ségolène Royal non dice lo stesso?
«I socialisti propongono di lavorare meno. Io di guadagnare di più. Finora il candidato socialista non ci fa l’onore di dirci che cosa propone sulle 35 ore. Io lo dico: voglio che le 35 ore siano un minimo, non un massimo. Sui clandestini dico: se sono presidente, nessuna regolarizzazione globale. La Royal è pronta a prendere lo stesso impegno?».
La soppressione del bacino d’utenza scolastica è ancora attuale?
«Propongo che subito dal 10 al 20% degli effettivi scolastici siano reclutati fuori dal bacino scolastico, perché i genitori siano liberi di scegliere la scuola. Il processo sarà poi progressivo. Sopprimere il bacino d’utenza sarà l’esito d’una politica d’eccellenza in ogni istituto. Voglio una miscela sociale che elevi ogni bambino».
Da qualche tempo lei parla meno di «rottura»...
«Oggi è la realtà che incarna una rottura nel mio modo di far politica. Vano insistere. Non rinuncio a nulla: se sarò eletto, instaurerò il servizio minimo, la libertà sindacale e il voto segreto per impedire i picchetti di scioperanti. Il voto non impedirà di scioperare a chi voglia farlo. Se però il 51% delle persone rifiuterà lo sciopero, non si potrà impedire loro di lavorare».
Lei definirebbe il suo un progetto liberale?
«Io sono liberale, ma rifiuto la caricatura del liberalismo. Ho detto che il capitalismo deve rispettare un’etica. Su questo non transigo. Che i dirigenti d’azienda abbiano stipendi alti è normale, è la contropartita del rischio. Ma non accetto i “paracaduti d’oro”. Credo che il lavoro crei lavoro. Voglio autorizzare la gente ad affrancarsi dalle 35 ore, a cumulare pensione e lavoro part time. Voglio che i patrimoni siano investiti in Francia, voglio che si sviluppi il capitalismo familiare, per esempio defiscalizzando l’imposta di redistribuzione dei redditi per quanti investono nelle piccole imprese. Tutto questo non è liberale?».
Le si rimprovera di ricalcare il contratto unico sul contratto nazionale di primo impiego...
«...Che è un’istituzione efficace. Ma voglio istituire un nuovo contratto, flessibile, che dia più garanzie ai salariati. Sarà al centro di un negoziato con le parti sociali».
Sulle pensioni, come pensa di evitare la levata di scudi contro i regimi speciali?
«La legge Fillon permette di garantire i loro pagamenti fino al 2020. Il Partito socialista annuncia che rivedrà questa legge. Io lo confermo. Tranquillamente, per ragioni di equità, riformeremo i regimi speciali. Tenendo conto, naturalmente, della gravosità. Porrò anche la questione della rivalutazione dei piccoli pensionamenti. Per esempio quelli dei tre milioni di artigiani, commercianti e agricoltori. Per ritrovare margini di manovra bisogna anche permettere a chi vuole lavorare dopo i 60 anni di farlo».
Lei propone di ridistribuire una gran quantità di denaro ai francesi. Ma dove pensa di trovarlo?
«È vero, il doposcuola dei bambini costa, ma costa molto di più lasciare gli orfani delle 16 ore sulla strada! Perciò ho proposto 68 miliardi di riduzione dai prelievi obbligatori. È un obiettivo ragionevolmente raggiungibile in due legislature, anche meno in caso di crescita economica. Perché? Semplicemente per raggiungere la media europea».
Come?
«Le ricordo che io propongo che non venga sostituito un funzionario su due che vanno in pensione. Conto anche di fare una revisione sistematica delle spese. Si può risparmiare sui 5 miliardi di euro l’anno dei sussidi per i prepensionamenti, o sui 17 miliardi di euro di aiuti alle imprese per finanziare le 35 ore. Dispensare tutto questo denaro pubblico per impedire alla gente di lavorare è contrario agli interessi della Francia. La formazione professionale costa 23 miliardi di euro, che non sono interamente al servizio della politica sull’impiego. C’è il modo di risparmiare. Ma soprattutto io voglio rilanciare la crescita liberando il lavoro. Perché la Francia, da 15 anni, ha l’1 per cento di crescita in meno rispetto agli altri Paesi con cui si può confrontare? Perché non si lavora abbastanza».
Parigi ospita la conferenza dell’ambiente. Lei crede che esista davvero un pericolo climatico?
«Sì. Io sono convinto che l’umanità stia ballando sull’orlo di un vulcano. E bisogna agire adesso. Propongo di tassare le importazioni dei Paesi che non rispettano le regole ambientali come facciamo noi. E voglio anche che l’Europa adotti una tassazione dell’Iva ridotta sui propri prodotti. Per me l’ambiente è anche fonte di crescita. Voglio che lo sviluppo duraturo impronti tutta la nostra strategia economica. Su questo punto mi sgomenta la proposta di Ségolène Royal, che vuole ridurre della metà la produzione di energia nucleare senza spiegarci come intende sostituirla. Il ritiro di Nicolas Hulot, comunque, mi obbliga a onorare scrupolosamente gli impegni del patto ecologico».
Lei ha parlato di una «campagna sporca». Ségolène Royal si lamenta della «mediocrità» del dibattito. Chi è responsabile di questo clima?
«Ci si lamenta del fatto che la campagna non sia di alto livello per evitare il dibattito. Un classico. Se qualcuno ha consigli da dare per migliorarne il livello si faccia avanti, sono tutto orecchi. Per quel che mi riguarda, ritengo di avere presentato le mie proposte. E lo dico solennemente ai francesi: queste proposte costituiscono un contratto di fiducia. Farò tutto ciò che prometto».
L’Ump non si è fatta scrupolo di accusare Ségolène Royal di incompetenza. È un approccio giusto?
«Le occasioni sono state talmente numerose da farmi pensare che non siano state tutte utilizzate. Ho reagito soltanto una volta, a proposito della Corsica. I corsi sono le vittime, non i colpevoli della violenza. Non posso accettare che questa faccenda venga affrontata con una tale dose di leggerezza. Quando si pensa di parlare con un primo ministro straniero, ci si esprime a nome della Francia. La franchezza della signora Royal, che credeva di condurre una conversazione privata, non scusa quanto ha detto».
I servizi segreti hanno riconosciuto di avere avuto sotto controllo Bruno Rebelle, un consigliere della sua rivale socialista. Il che pone la questione del termine del suo distacco dal ministero degli Interni.
«Si tratta di due questioni differenti. Rebelle è stato oggetto di una pratica da parte dei servizi molto tempo fa perché era un attivista di Greenpeace, un’organizzazione che turbava l’ordine pubblico. La pratica è stata seguita anche con i governi di sinistra. Non vi vedo alcun problema. Tutto ciò non ha senso. Anzi, direi che denota un certo nervosismo che posso comprendere. Ho già avuto occasione di stupirmi della richiesta di Hollande affinché io lasciassi il governo, questo mentre lui trovava normale partecipare a riunioni elettorali a Palazzo Matignon con Jospin. Quando la campagna si aprirà ufficialmente, al più tardi il 9 aprile, io non sarò più ministro. Nessun candidato aveva mai preso un tale impegno».
Restando agli Interni, non si assume dei rischi?
«Non è una questione di rischi, è una questione di senso del dovere. I francesi non si aspettano che io mi disinteressi della loro sicurezza. Tra l’impegno che io avevo preso con loro e quelli della campagna elettorale c’è un giusto equilibrio che si riassume in una frase: faccio il mio lavoro».
Come spiega che Michèle Alliot-Marie non sia stata autorizzata ad accompagnarla a Londra ieri?
«Il presidente della Repubblica ha ritenuto che non fosse opportuno, tenuto conto delle discussioni in corso con la Gran Bretagna, ma Michèle Alliot-Marie sarà accanto a me a Tolone il 7 febbraio. A differenza dei socialisti, comprendo che devo fare squadra con i miei compagni politici. Non voglio essere un candidato solitario. Il 12 febbraio andrò con Alain Juppé da Angela Merkel e mi auguro che anche Dominique de Villepin possa, al momento giusto, darmi il suo aiuto. Ne avrò bisogno».
Quando?
«Quando Jacques Chirac avrà annunciato la sua decisione. Noi abbiamo parlato di ciò con il presidente della Repubblica, ma io non sono il suo portavoce».
Che cosa si attende da lui?
«Quando sei candidato all’Eliseo, non hai niente da chiedere. Sono i francesi che decidono. Tuttavia se il presidente della Repubblica dovesse manifestarmi il suo sostegno, ciò sarebbe importante».
Difenderà le riforme costituzionali?
«Farò di tutto per dare della maggioranza un’immagine di unità e serenità».
Per lei François Bayrou è un alleato o un avversario?
«È un uomo di qualità, che conduce una campagna interessante e attendo che possano esserci convergenze. Al momento c’è concorrenza e non lo nego. Sceglieranno i francesi. Ma anche lui dovrà fare la sua scelta».
Sarà necessario che qualcuno dell’Ump appoggi Jean-Marie Le Pen per consentirgli di candidarsi?
«Ho detto che non si combattono le idee dell’Fn o dell’estrema sinistra riducendole al silenzio. Ma una cosa è non fare nulla per impedire le loro candidature, un’altra è raccogliere firme per loro. E questo non è il mio ruolo».
Quale sarà la sorte del deputato dell’Ump Christian Vannest, condannato per la sua omofobia?
«Non sarà ripresentato alle elezioni politiche. Condanno fermamente quanto ha dichiarato. Non voglio essere associato, né da vicino né da lontano, ad atteggiamenti omofobici. Da anni conduco un lavoro in profondità per quanto riguarda l’ordine, il lavoro, la responsabilità, il rispetto. Ho sofferto troppo per una destra che non difendeva le proprie idee e ora non intendo correre il rischio di vanificare questi sforzi accettando atteggiamenti caricaturali».
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