Via Sarpi: la grande beffa del trasloco

La comunità cinese pone a Milano problemi diversi da tutte le altre: mentre romeni, filippini, sudamericani, eccetera tendono a integrarsi e a interfacciarsi individualmente con i locali, i cinesi fanno blocco e puntano a riprodurre nella nostra città una comunità simile a quella dei loro luoghi di origine. Vivono concentrati, hanno i propri negozi, i propri ambulatori clandestini e - come rivela l’ultima indagine - i propri bordelli. Probabilmente, hanno anche una loro anagrafe segreta, che serve ai maggiorenti per tenere i flussi migratori sotto controllo. Tutto ciò è insito nella loro cultura: hanno fatto così a New York come a San Francisco, ad Amsterdam come a Manila. Naturalmente, le varie Chinatown sono aperte agli altri cittadini e i loro ristoratori sono sparsi per tutta la città, perché gli affari sono gli affari. Ma faticherete molto a trovare un muratore cinese o una badante cinese, perché essi non sono qui per lavorare nella nostra economia, bensì per crearne una propria.
Per questo, trattare con la comunità cinese è così difficile. Dopo i recenti incidenti, il decentramento delle attività all’ingrosso che hanno reso invivibile la zona di via Paolo Sarpi sembrava a portata di mano. Il Comune aveva offerto una tacita moratoria nella imposizione delle contravvenzioni in cambio dell’impegno a trasferire i magazzini in un luogo più adatto e aveva offerto ampi spazi ad Arese. I cinesi hanno dato il loro consenso di massima, ma hanno aumentato via via le loro pretese, e al momento è di nuovo tutto fermo. Altre comunità avrebbero colto l’occasione al volo, ma per i cinesi uscire dal loro guscio è, per ragioni di lingua e di abitudini, più difficile. Probabilmente, perché le cose cambino, dovremo attendere che a prendere il comando siano i bimbi che oggi frequentano (con profitto) le nostre scuole.