Sartre e Baudelaire, metafisico gemellaggio

Il lavoro letterario di Alessandro Piperno, interamente venuto alla luce nello spazio di soli tre anni, è sempre eccellente. Di più: i suoi testi saggistici suscitano l’emozione della narrativa, e il suo romanzo Con le peggiori intenzioni ha la icasticità e insieme la ricchezza della saggistica. Peccato che egli non s’impegni anche nella critica militante, attualmente a livelli d’una mediocrità e spesso mercenarietà imbarazzanti: riuscirebbe a volgere in burletta la seriosità di tanti costruttori di falsi valori letterari. Ma non chiediamogli troppo.
Dopo il suo Proust antiebreo, prova più che convincente e spesso formidabile per le sue qualità d’indagine critica, fondata per di più su una grande ricchezza di strumenti analitici, ecco ora il suo saggio Il demone reazionario. Sulle tracce del «Baudelaire» di Sartre (Gaffi, pagg. 433, euro 15). Dunque un vasto studio su Baudelaire passando attraverso il pamphlet antibaudeleriano di J.P. Sartre. Secondo un’evidente inclinazione all’irriverenza verso ogni autorità costituita, e al proprio continuo misurarsi con studiosi e scrittori anche sommi (Dostoevskij, Poe, Flaubert, Rimbaud, Balzac, Nietzsche, Leopardi, Heidegger, Arendt, Benjamin, che diventano interlocutori o personaggi di questo «romanzo critico» ispirato a Dio, alla sua morte o inesistenza, al senso della condizione umana, al dilemma progresso tecnico-regresso umano, agli aspetti contraddittori del nichilismo), Piperno imposta quasi sempre la sua ricerca su una contestazione ragionata e sul rovesciamento di valori critici ormai consolidati. Così in questo recente saggio la polemica del «rivoluzionario» Sartre contro il «reazionario» Baudelaire (pur a distanza di un secolo), attraverso una serie di sondaggi, di affondi a volte temerari ma sempre di una acutezza straordinaria, si conclude con la dimostrazione di una sorta di gemellaggio metafisico e politico di questi due eccezionali talenti pur così dissimili, anzi opposti per ideologia, «demaistrismo» di Baudelaire contro «stalinismo» di Sartre, che per Piperno, forse qui con un eccesso di sicurezza, appaiono tuttavia frutto d’una stessa «prostrazione nervosa» ancor prima che d’una «insufficiente consapevolezza filosofica».
Proprio nelle ultime righe del suo lavoro Piperno ci riserva una amarissima ma discutibile conclusione: «La cosa incredibile è che due uomini così forti, così intelligenti, così mostruosamente geniali, nel corso del tempo abbiano educato se stessi a rimuovere la più evidente delle evidenze: che la vita non serve a niente». Formulazione che, così asciutta e asseverativa, non sembra attendibile, giacché la vita serve a essere vissuta: spetta cioè a ciascuno il compito di darle un senso, come prova l’angoscia che coglie tutti i viventi quando avvertono la minaccia di perderla.