Sassi sui binari per imitare il «branco» del cavalcavia

Si sono giustificati: «Volevamo vedere cosa succedeva». E a Cassino gli inquirenti avrebbero individuato un responsabile dell’incidente sull’A1

Emanuela Ronzitti

da Roma

Nuova pioggia di sassi «mortali» dal cielo. Stavolta in Sicilia e in Abruzzo. Il primo lancio sarebbe avvenuto nella tarda serata di giovedì, nel comune di Bagheria alle porte di Palermo, per mano di un gruppetto di ragazzi.
I giovani teppisti probabilmente spinti dal desiderio di spezzare in due la monotonia della periferia o per emulare il gesto dei «lanciatori» killer di Cassino, hanno scaraventato con rabbia una «processione» di sassi sul manto stradale. Anche stavolta, dopo l’ennesimo fatto accaduto nella Capitale, nessuna vittima, ma solo per miracolo. A quell’ora, infatti, sulla strada transitava una volante della polizia che ha messo in fuga il branco a bordo della loro auto. Bloccati, invece, dalle forze dell’ordine i tre giovani casertani, tutti incensurati e di età compresa tra i 17 e i 20 anni, che hanno tentato un duplice deragliamento di un treno nella zona di Castel di Sangro, in provincia dell’Aquila. Anche in questo caso alla radice del gesto ci sarebbe la volontà di emulare il branco di Cassino, solo per «vedere cosa sarebbe successo», come hanno poi spiegato al comandante Luciano Ricciardi dei Carabinieri della provincia dell’Aquila. A lanciare l’allarme, un pastore di zona che ha visto il gruppetto trafficare vicino ai binari. Il treno Sulmona-Napoli è riuscito a passare indenne nonostante la presenza di sbarre e sassi sulle rotaie. E come se non bastasse, dopo aver fallito il primo colpo, ci hanno riprovato. Con una sbarra di acciaio di 60 chili incastrata al lato dei binari e con altri massi che avrebbero impattato con il nuovo convoglio proveniente da Napoli. Stavolta, invece, con successo. Che ci fosse il «rischio emulazione», dopo la carambola mortale di venerdì notte nei pressi di Cassino non è una novità. «È l’appiattimento e la noia alla base di giochi fatui, stupidi che arrivano a uccidere», aveva detto lo psichiatra Francesco Riggio, dopo l’accaduto.
Intanto, a Cassino prosegue l’attività investigativa per dare un volto e un nome al branco omicida. Potrebbe avere vent’anni e un passato turbolento all’attivo nella malavita locale. A parlare potrebbe essere proprio la sua fedina penale imbrattata da precedenti penali non certo irrilevanti. Parliamo di furti e spaccio di sostanze stupefacenti. La sagoma di uno del branco dei «lanciatori killer», che la notte di venerdì ha dato sfogo alla propria fantasia omicida scaraventado un masso dal cavalcavia 439 dell’autostrada A1 e mettendo fine alla vita di Natale Gioffrè, incomincia a prendere forma davanti agli occhi degli inquirenti.
Un comportamento, quello del sospettato che cela rabbia, un gesto non molto distante da quello esternato qualche tempo fa, quando venne arrestato dalla polizia per aver minacciato un suo coetaneo con un arma bianca proprio all’uscita da un bar della zona di Piedimonte San Germano. Sul collo di quel ventenne, gli investigatori non hanno mai levato il fiato. Anche perché, quella notte il giovane sarebbe stato visto intorno alle tre del mattino, quindi circa un ora dopo la tragedia, mentre faceva colazione presso l’Autogrill distante solo due chilometri dal punto mortale.
Dalla stretta di vite che il pool sta dando in queste ore, emerge l’ipotesi che tra oggi e domani potrebbe essere iscritto nel registro degli indagati già il nome del primo sospettato. A fornire indicazioni più dettagliate per la messa a fuoco di uno dei colpevoli potrebbe essere stato un minorenne sotto tutela della polizia. In sei giorni di interrogatori avvenuti nella Procura di Cassino sono stati circa 55 i ragazzi ascolani, tutti provenienti dalla zona di Villa Santa Lucia e Piedimonte Bassa. Da indiscrezioni, inoltre, sarebbe emerso che tra il folto gruppo di ragazzi diretto sul cavalcavia, solo una parte avrebbe agito, mentre l’altra sarebbe rimasta a guardare gli effetti della «scommessa mortale».
Gli inquirenti escludono che gli atti vandalici di qualche settimana fa a danno di una vetrata della chiesa di Piumarola o di panchine e giochi per bambini nel parco di Piedimonte, siano collegati da uno stesso unico filo. Dubbio invece per l’alibi fornito dai cinque ragazzi agli inquirenti per la notte dell’incidente. I cinque avrebbero giocato a pallone a Piedimonte, quando in realtà è usanza della zona terminare le partite non oltre la mezzanotte.