Sasso, il precursore di Giampaolo Pansa

È in libreria l'ultimo libro del savonese Fulvio Sasso dal titolo «La banda Ferraris, azioni antipartigiane di una spietata formazione fascista nelle province di Imperia, Cuneo, Savona», dedicato alle «gesta» della famigerata Compagnia O.P., dove le iniziali stanno per Ordine Pubblico, della Guardia Nazionale Repubblicana di Imperia. L'autore, nato nel 1942, non è nuovo a produzioni sulla Resistenza e i suoi libri hanno fatto sempre molto discutere. Il volume in questione riporta con esattezza, molti episodi e, ad onor del vero, anche quelli mai completamente chiariti su fatti compiuti da uomini della Resistenza, come l'eccidio di tre civili di Pieve di Teco il farmacista Paolo Ceppi, Sesto Cerato e Averardo Butteri, l'episodio fece così scalpore che il Comando della «Cascione», fece affiggere nel paese un comunicato alla popolazione civile, e della famiglia Musso di Bestagno, trucidata nel bosco di Rezzo dai partigiani.
Sasso, come mai i suoi libri su quegli anni si portano sempre dietro una scia di polemiche?
«Perché penso di essere stato il primo ricercatore di sinistra, comunista, ancora prima di Gianpaolo Pansa del quale sono amico, ad adottare un metodo asettico, astenendomi da giudizi di valore che potessero influenzare il lettore. Poi sono stato il primo a pubblicare il nome dei caduti della Rsi e questo non mi è stato, evidentemente, perdonato. Per quest'ultima fatica la famiglia del capitano Ferraris, pur sapendo la mia provenienza politica, ma capendo la mia buona fede, mi ha concesso di consultare addirittura i suoi diari».
Cosa c'è di nuovo in questo libro?
«Tratta delle azioni militari della Compagnia di Ordine Pubblico fascista, comandata dal capitano Giovanni Ferraris che dall'aprile del '44 all'aprile del '45 diede la caccia con accanimento ai partigiani in particolari nell'entroterra imperiese. La Compagnia era composta da 150 militi che i partigiani imperiesi chiamavano spregevolmente “Banda Ferraris”. Di quei militi 41 vennero uccisi dai partigiani, altrettanti finita la guerra, furono catturati, processati e condannati. Per la cronaca Ferraris venne condannato a morte, pena commutata in ergastolo e grazie a vari condoni, nel dicembre del 1954, dopo sette anni di detenzione nel carcere di Viterbo, Ferraris venne scarcerato».
Quale insegnamento si può trarre?
«Io parto dal presupposto che la storia la scrivono i vincitori. Se avesse vinto il nazifascismo Giovanni Ferraris oggi sarebbe celebrato come un eroe».