Satira e istinti primordiali protagonisti del Ruzante

Sono gli istinti primordiali a spadroneggiare sul palco nel Moscheta di Ruzante. Quegli istinti a cui nessuno viene meno di qualunque estrazione sociale sia perché facenti parti di quella recondita parte animalesca che sta in ogni uomo. Quegli istinti che fanno vergognare chi li vuole negare, ma che arrivano prorompenti quando meno te lo aspetti e che sono una forza primitiva, violenta ma, diciamolo anche, totalmente autentica che quando liberata ha un non so che di catartico che fa anche stare bene. Ruzante ha portato in scena tutta questa prorompenza liberatoria e per questo fu ampiamente disprezzato dai letterati del suo tempo, ma oggi che più che mai si ha bisogno di genuinità ci si diverte di gusto a vedere la storia di Ruzante, Menato e Tonin che ruota intorno all'attrazione sessuale di una donna, Betia, che li mena per il naso. Una storia semplice ma verace, che di volgare ha solo il senso della parola, in quanto raccontata dal volgo, e che sa di genuino come un buon formaggio di capra, che contraddistingue quella «naturalità» contadina di un'area ben precisa dell'Italia cinquecentesca, quella del delta padano tra la Repubblica di San Marco e il Ducato di Ferrara. La satira del villano fa ridere e ha tutti i connotati di un film commedia all'italiana di cinquecento anni fa, ma la sua poetica dura, complessa e desolata scaturisce un riso amaro e doloroso. Marco Sciaccaluga ha giocato bene coi suoi splendidi attori in scena, utilizzando una scenografia ambientata in una specie di accampamento che sa di precario, come se gli abitanti dei carrozzoni fossero lì per poco, con l'idea di abbandonare i campi in cerca di lavoro fuori dalle loro terre, un primo sintomo di immigrazione che cominciava a manifestarsi proprio allora. E all'interno della scena di Fiorato ecco raccontata la storia di un triangolo amoroso che poi diventa un quadrato di cui il protagonista è proprio Ruzante, Tullio Solenghi, straordinario nell'assecondare il personaggio all'interno di un linguaggio difficile e di movimenti rozzi che lo dondolano a mo'di scimmione che ha perduto la sua femmina. Una femmina grezza, ma sensuale interpretata con gran maestria da Barbara Moselli, che mai come qui seduce davvero. A Maurizio Lastrico il ruolo di Menato, uno Iago ante litteram e ad Enzo Paci quello del soldato bergamasco Tonin. Un cast che si è di mostrato all'altezza di una prova difficile, facendo superare al pubblico l'indubbia fatica della comprensione del linguaggio. In scena alla Corte fino al 7 dicembre.