LA SATIRA DEL VEGGENTE

Il professor Prodi è un veggente collaudato: già una volta, ancora dilettante, si fece fornire da alcuni fantasmi di fiducia l’indirizzo esatto del luogo in cui le Brigate rosse interrogavano Aldo Moro prima di liquidarlo.
Non tutti gli statisti sono egualmente dotati in attività paranormali, tant’è che a noi non pare normale quel che Prodi dice di prevedere e cioè le nostre periferie devastate dalle fiamme come quelle francesi. Ma lui ha contatti, lui è modesto. E se è rustico quando prende a spintoni la giornalista colpevole di avergli fatto una domanda sgradita, lo fa perché questo è il suo modo di essere internazionale e compiacere l’agenzia americana Freedom House (in inglese Casa della Libertà), un’istituzione satirica che se, ad esempio, scopre che il giornalista Lino Jannuzzi è stato agli arresti per reati di stampa, preferisce ignorare il fatto che Jannuzzi sia un senatore del partito di Berlusconi e ne conclude che nell’Italia a causa di Berlusconi non c’è libertà di stampa.
Del resto, tutto quello che circonda Prodi se non è occultismo, è satira. Quando dice che già sente puzza di bruciato nelle nostre città: quella è satira. Quando aggiunge che se lui fosse al governo l’odore di bruciato sparirebbe introducendo il concetto di una politica deodorata: è satira. Allora perché indignarsi e richiamare questa risorsa umana che all’estero non ci invidiano al senso della responsabilità? Sarebbe censura: si astengano, dunque, Bondi e Cicchitto.
Anche la Francia senza volerlo fa satira, sia detto con il sincero rispetto e l’amore che merita questa grande nazione. Ma è paradossale che la Francia, dopo essersi sottratta al concerto delle grandi democrazie nella guerra al terrorismo islamico e dopo aver deplorato americani, inglesi, spagnoli (ricordate la Spagna prima della satira di Zapatero?) e persino noi italiani che siamo andati soltanto a pagare con il sangue la protezione degli inermi, oggi debba fronteggiare un’aggressione interna che assume le dimensioni di una guerra contro lo Stato e la sua sicurezza.
I francesi hanno un senso dell’umorismo geniale e dunque hanno sempre sorriso di Romano Prodi sorseggiando Bordeaux, più degli inglesi i quali hanno però sportivamente considerato il Commissario europeo Prodi come un fantastico «joke» della strana coppia D’Alema-Cossiga che, con uno scherzo di alta professionalità, lo espulse da Palazzo Chigi mettendogli in mano un biglietto di sola andata per Bruxelles, città dalla quale Prodi diffuse il suo inquietante umore.
I francesi che oggi sorridono di Prodi (come dar loro torto) sanno bene che ciò che mette a ferro e fuoco Parigi non è la questione sociale, ma quella etnico-religiosa: la prova dell’impossibile fusione e il fallimento dell’utopia di una convivenza integrata. La Francia ricevette nel passato milioni di immigrati italiani chiamati con disprezzo «rital» o «macaronì», così come gli americani li chiamavano «wops» o «guidos» o «greesers» e le loro erano vite dure: ma non succedeva a Parigi o a New York quel che succede oggi nel Paristan e ieri nel Londonstan perché le bande incendiarie di oggi appartengono alla seconda e alla terza generazione dei non integrati in quanto non integrabili. Ieri Chirac ha convocato il primo ministro de Villepin, il ministro dell’Interno Sarkozy e gli altri membri del Consiglio della Difesa, un organismo che sta per prendere decisioni draconiane che si conosceranno stasera di fronte a un fallimento storico. Ma Prodi finge di non capire la differenza fra degrado urbano e conflitto etnico, sembrando invidioso delle disgrazie altrui al punto di desiderarne una dose per l'Italia, sicuro che maggiore è la sventura della patria, più saranno i suoi voti. Sarà pure satira, ma dà un certo senso di nausea.
p.guzzanti@mclink.it