Saudita arrestata con i due figli si era appartata con l’ex marito

Le nozze furono annullate per «incompatibilità di stirpi», ma la coppia non ha mai accettato la sentenza

da Riad

Una madre saudita, assieme ai suoi due bambini è in carcere da tre mesi per essersi «appartata» con suo marito disattendendo ai dettami della legge islamica. Un tribunale aveva emesso una sentenza di annullamento del loro matrimonio perché tra i due coniugi non sussisterebbe «la compatiblità di stirpe». È la storia che il marito, uscito dal carcere in attesa di giudizio, ha raccontato alla tv satellitare araba al Arabyah.
«Compatibilità di Stirpe» è una legge non scritta ma consolidata dalle usanza tribali locali e sopravvive alla pur rigida Sharia (legge islamica) che regola l’ordinamento giudiziario nel paese considerato culla dell’Islam, l’Arabia Saudita. Si tratta di una «regola» che impone ai membri delle tribù di sposarsi solo tra di loro e mai con i «Khudeiriin» ovvero gli appartenenti ad altre tribù. Il marito, Mansour al Yamani, uscito dal carcere in attesa di giudizio, ha detto che la moglie «è ancora nel carcere di Dammam, per essersi rifiutata di lasciarlo», nel timore che i suoi fratelli la costringessero «ad un nuovo matrimonio». «Dopo sette mesi dal nostro matrimonio, i fratelli di mia moglie hanno fatto causa di “Taffriq” (letteralmente separazione, ma si intende annullamento del contratto di matrimonio, ndr)», ha raccontato l’uomo che è stato accusato da fratelli di avere «tratto in inganno il padre della sposa al momento di chiedere la sua mano, affermando di appartenere alla tribù di Shummer».
Yamani, che ha presentato ricorso per «ricongiungersi con la madre dei suoi figli», si difende così: «Tutto quello che mi ha chiesto il padre era un certificato dell’imam della moschea», che attesta la fede islamica e «il regolare svolgimento della funzione religiosa di preghiera». Ma nonostante il marito abbia presentato «un certificato autenticato dalla tribù degli Shummer», che dimostra la sua appartenenza tribale, il tribunale «ha emesso lo stesso, la sentenza di annullamento del matrimonio». Subito dopo la sentenza e nel timore che i fratelli della sposa «portassero via la sorella per farla sposare ad un altro», l’intera famiglia composta da quattro persone decide di fuggire in Al Jarf, un paese vicino a Gedda, per far perdere le proprie tracce. Ma la sorte non è della loro parte: denunciati dai fratelli, vengono sorpresi insieme, commettendo un altro «reato» quello di «appartarsi», questa volta punibile dalla legge islamica, e vengono arrestati e portati in carcere in attesa di giudizio. La legge islamica adottata dalla giurisprudenza saudita permette infatti a due persone di sesso diverso di appartarsi solamente se sono parenti di primo grado, coniugi, oppure l’uomo è uno zio di primo grado della donna.
Abdul Rahamn al Laham, avvocato e attivista di diritti umani, interpellato da al Arabiyah, ha riferito di avere fatto ricorso contro la sentenza d’annullamento del matrimonio, perché «basata su un’usanza obsoleta non consona con la Sharia». Secondo alcuni sociologi, in Arabia Saudita, gli annullamenti dei matrimoni per «incompatibilità di stirpe» sono «storie tristi ma diffuse».