Saviano critica Repubblica E nemmeno se ne accorge

Lo scrittore contro il giornalismo del "fango": "Sono la nuova frontiera del racket". Eppure il primo a scavare indiscriminatamente nella vita privata di Berlusconi è proprio il quotidiano di Scalfari

«Il gossip, il tabloid, il quotidiano di retroscena, il sito pettegolo, sono la nuova frontiera del racket a cui si paga pizzo ogni qual volta si sottostà al terrore che il proprio privato, diventando pubblico, possa rovinare l’immagine. È un meccanismo che costringe a difendersi da ciò che non è né colpa né crimine, ma solo privato». Giusto, giustissimo: chi lo scrive? Il quotidiano dei vescovi? Il garante della privacy? Un giornalista pentito ritiratosi in campagna a fare l’olio? O magari uno di quei fangosi difensori di Berlusconi, visto che proprio la vita privata del presidente del Consiglio, che fino a prova contraria non ha commesso «né colpa né crimine», è stata squadernata in ogni più intimo dettaglio a milioni di lettori, radioascoltatori e telespettatori? No, la vibrata denuncia viene da Roberto Saviano ed è apparsa ieri su Repubblica, cioè sul giornale che più di tutti ha puntato sulla distruzione dell’immagine di Berlusconi attraverso la pubblicizzazione indiscriminata della sua vita privata. Intendiamoci: non c’è niente di male, è un’opzione politico-giornalistica come un’altra. Diversamente da Saviano, infatti, che invoca «leggi nuove» per «liberare l’informazione dal racket», forse ripristinando l’imprimatur prefettizio, io non penso che violare la privacy di un uomo pubblico sia un reato o un venir meno alla professione giornalistica. In certi casi può essere persino doveroso. E la libertà di stampa non può essere giudicata caso per caso: o c’è o non c’è.

Uno Stato di diritto non limita la libertà di informazione, ma l’uso massiccio, distorto e «a strascico» delle intercettazioni da parte della magistratura, e la loro regolare diffusione a mezzo stampa per anticipare all’opinione pubblica una condanna che quasi mai viene confermata in tribunale. Il punto, però, è un altro: e cioè che «la delegittimazione a scopo politico» degli avversari attraverso lo «svelamento di una debolezza o di un fatto intimo» (ancora parole di Saviano) è una pratica diffusa in Italia almeno da Tangentopoli - allora il bersaglio principale, e pressoché unico, fu Craxi - e prepotentemente fiorita negli ultimi due anni con un obiettivo politico piuttosto chiaro e perfettamente legittimo: abbattere Berlusconi. Basterebbe ammetterlo, e la questione sarebbe chiusa.

Basterebbe riconoscere che non tutte le centinaia di frasi e frasette attribuite alle ragazze di Arcore dovessero per forza essere pubblicate e che se lo si è fatto, è per colpire il premier. Invece Saviano fa il finto tonto, s'aggira fra le discariche del giornalismo simulando indignazione, paragona i metodi di News of the World a quelli del Giornale (senza citarlo mai), dimentica le scelte di Repubblica e, non pago di aver appena firmato un generoso contratto con La7, conclude apocalittico: «Vogliono terrorizzare tutti, mettere paura a chiunque voglia fare un passo pubblico, spaventare le personalità credibili, tenere fuori dalla televisione (o ridurne le potenzialità) tutti coloro che potrebbero ostacolare questa strategia». Da notare la graziosa parentesi: passare da Raitre a La7 è per Saviano una «riduzione di potenzialità». Se gli ascolti saranno più bassi, insomma, la colpa già oggi è di Berlusconi. C’è qualcosa di infantile e capriccioso, in questo ragazzo dalle uova d’oro che piace alla gente che piace, proiettato nell’Olimpo dei media come uno scugnizzo del Grande Fratello ma, diversamente dal grande Taricone, prigioniero del personaggio, e dunque vagamente fasullo.

Saviano ha risolto il suo dramma di coscienza passando dalla Mondadori all’Einaudi (forse perché, vedendo che pubblica i libri di Scalfari, s’è scordato che appartiene ugualmente a Berlusconi), e continua a far televisione (seppur «depotenziata») con Endemol (controllata da Mediaset). Però vorrebbe che la gente smettesse di comprare i giornali che si oppongono agli avversari di Berlusconi, e li costringesse a chiudere come è accaduto a News of the World: «È in entrambi i casi un giornalismo perverso, se ancora giornalismo si può chiamare». E il suo, invece, come lo vogliamo chiamare?